Memoria vigile e responsabile

giornata legalita_(Mirella Arcamone) Nel giorno in cui si celebra la memoria viva dell’impegno antimafia di Giovanni Falcone (23 maggio) e di tutti coloro che insieme a lui e come lui hanno sacrificato la vita, pur di riaffermare la legalità democratica, ribadiamo il dovere e la volontà di non abbassare la guardia.

Mentre ricordiamo, non cessiamo di reclamare con fermezza la ricerca della verità per i tanti, troppi delitti attraverso la via politica e quella giudiziaria; insieme alla necessità di leggi sempre più efficaci, di un adeguato sostegno e risorse a favore del lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine.

Ribadiamo, inoltre, l’urgenza di concrete opportunità di sviluppo economico legale, libero dalla schiavitù dei legami con le mafie, contro quell’economia illegale che impedisce il libero sviluppo di intere Regioni e, perciò, il futuro stesso dei giovani e del Paese.
Sono vie possibili ed efficaci per sconfiggere le mafie, come la loro stessa reazione testimonia.

Dal canto nostro ci sentiamo interpellati come educatori .
Il nostro quotidiano compito di testimonianza e trasmissione valoriale e culturale non può prescindere dalla questione della legalità, del rigoroso, inflessibile, “no” ad ogni forma di compromesso con poteri forti, oscuri. Rifiutiamo ogni comportamento che tolleri, in sé o negli altri, stili “mafiosi” (clientele, raccomandazioni, voto di scambio, omissioni, silenzi, illegalità tributaria, raccomandazioni, assenze facili dal lavoro, scambio clientelare dei voti, comportamenti autoritari…).

Si tratta di alimentare la propria coscienza critica, percepire la responsabilità etica nei confronti del presente e del futuro, di fare chiarezza sulla valenza politica del nostro agire, sulla forza trasformante dell’educazione.
Di fare memoria viva e attualizzante. Poiché riconoscere il valore della memoria individuale e collettiva rappresenta il tentativo di resistenza possibile contro i meccanismi di “amnesia indotta” verso i quali si vuole spingere la società per renderla nuovamente disponibile ad un nefasto sonno della coscienza.
Di vigilare attentamente rispetto ad ogni possibile collusione tra istituzioni e mafia.

Per approfondire:

Itinerario legalità




La legittima difesa ha dei limiti

La legittima difesa ha dei limiti

La difesa sarà sempre legittima, con la riforma del Parlamento. Non sarà più necessario che il ladro o la persona che entra nella proprietà privata abbia un’ arma in mano, sarà sufficiente simulare d’ averla anche senza minacciare direttamente la persona da aggredire. Coloro che spareranno mentre erano gravemente turbati non saranno puniti. E i casi di legittima difesa avranno una corsia preferenziale per essere giudicati velocemente. Inoltre, a chi si difenderà legittimamente è stata tolta la responsabilità civile legata al risarcimento del danno. La scelta (politica) voluta dalla maggioranza di governo risponde allo slogan “più sicurezza”. Ma era così necessario riformare la legge n. 59/2006 voluta dall’ allora centro-destra? Quali saranno le possibili conseguenze?

Partiamo da un dato clamoroso: dagli studi del Ministero della Giustizia emerge che i procedimenti definiti in dibattimento nei tribunali dal 2013 al 2016 sono stati 10 per la legittima difesa e 5 per eccesso colposo di legittima difesa, su un totale di circa 1 milione e 300 mila procedimenti penali pendenti in Italia. Davvero il Paese ha un’ emergenza di legittima difesa? Oppure, è la narrazione politica che ha creato “più paura” per garantire una sicurezza maggiore. In questi ultimi cinque anni, le rapine e i furti in abitazione sono diminuiti. E le norme vigenti garantivano già ai cittadini di poter difendere legittimamente sé stessi e i propri familiari.

Il Catechismo, nel prevedere l’ istituto, sottolinea che «la legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ ingiusto aggressore in stato di non nuocere» (n.2265). Per la teologia morale difendersi da un’ aggressione ingiusta in atto, fino all’ uccisione dell’ aggressore, è lecito se c’ è giusta proporzione tra il male inferto e il bene minacciato. La legittima difesa nasce, infatti, per consentire la tutela di un diritto minacciato da un’ offesa ingiusta, non per punire l’ aggressore. Quali sono, allora, i limiti e le caratteristiche per la legittima difesa? Non si tratta di un’ offesa, ma di una difesa da un’ aggressione in atto, che non significa né prevenzione di una possibile aggressione, né una risposta a un’ aggressione già avvenuta o che è stata volontariamente provocata.

Quando si è costretti a reagire violentemente in frangenti di un secondo, occorre che la persona sia moralmente “formata e informata”. È necessario essere consapevoli che non sono mai legittimati l’ odio, il rancore o la vendetta. La riforma rischia di consentire la difesa di un diritto minacciato e di sostituirsi allo Stato, favorendo i privati ad armarsi per proteggersi. I Paesi in cui sono state approvate leggi criminogene più che scoraggiare i malviventi li hanno resi sempre più violenti e armati.La Florida dimostra che rilasciare, in pochi anni, 350 mila licenze per armi, ha provocato un aumento dei crimini.

Rimangono un monito le parole di Francesco Sicignano che, quattro anni fa, ha ucciso un ladro entrato nella sua villa: «È un incubo tutt’ oggi, ci penso tutte le notti. Io non gli ho chiesto divenire a casa mia. Ho sparato solo un colpo. In tre secondi devi decidere cosa fare. È un mio diritto stare tranquillo. A livello psicologico, sei rovinato».Per arginare la “giustizia fai da te”, sono urgenti una maggiore presenza dello Stato a livello preventivo e coercitivo, e più controllo sociale di vicinato. A livello culturale occorre non trasformare la difesa in attacco. Lo ricorda una massima: «L’ invincibilità sta nella difesa. La vulnerabilità sta nell’ attacco. Se ti difendi sei più forte. Se attacchi sei più debole».

Francesco Occhetta

Fonte: Famiglia cristiana




Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

ILARIA ALPI e MIRAN HROVATIN, amore per la ricerca della verità.

– Un ricordo nel 25° anniversario della loro uccisione –

Ilaria AlpiNei primi anni ’90 la Somalia è segnata da una guerra feroce tra bande: la sanguinosa lotta tra Aidid e Ali Mahdi riduce allo stremo la popolazione e rende drammatiche le già critiche e preoccupanti condizioni politiche, economiche, sociali e civili del Paese africano. L’ONU decide di intervenire con la missione “Restore Hope” per svolgere una azione di pace e garantire l’arrivo degli aiuti umanitari: una missione che sin dall’inizio si delinea più difficile del previsto.
È in questo contesto che il 20 marzo del 1994, a Mogadiscio, vengono assassinati Ilaria Alpi, giornalista del TG3 e il suo operatore Miran Hrovatin.
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non sono stati uccisi per una tragica fatalità, ma sono stati assassinati perché erano sulle tracce di traffici illeciti di armi e rifiuti tossici che coinvolgevano da un lato i paesi occidentali e dall’altro quelli africani.
Ilaria Alpi non era una giornalista come tanti, inviati nelle zone di guerra per raccogliere e raccontare i bollettini diffusi dagli organi militari. La sua visione della professione giornalistica era connotata da una forte attenzione e sensibilità nei confronti della cultura e delle problematiche delle popolazioni e dei Paesi nei quali si trovava.
D’altronde il curriculum di Ilaria rappresenta una testimonianza evidente della sua passione per il giornalismo e per le vicende internazionali relative, soprattutto, al mondo arabo: diploma di laurea in Lingue e Letteratura straniere moderne, conseguito nell’86 presso l’Istituto di Lingue orientali dell’università di Roma “La Sapienza”, con una tesi in Islamistica. Ottima conoscenza orale e scritta della lingua araba, della lingua inglese e di quella francese. Esperienze di studio per il perfezionamento delle conoscenze linguistiche al Cairo (grazie a delle borse di studio concesse dal governo egiziano tramite il ministero per gli Affari esteri negli anni 1985 e 1987) presso il Centro Culturale Francese, e l’Università Americana; e a Tunisi, alla scuola “Burgighiba”. Collaborazioni giornalistiche con “il Manifesto” e con i settimanali “Noi Donne” e “Rinascita”, inoltre, a Roma e dal Cairo con le redazioni spettacoli e esteri di “Paese sera”, con la redazione culturale de “l’Unità” e per “Italia Radio”.
Nell’89 si iscrive all’Albo dei giornalisti pubblicisti, vince il concorso da praticante in Rai e nel ’90 viene assunta da Rai Sat. Sempre nel dicembre dello stesso anno viene trasferita al “Tg3” redazioni esteri e nel ’92 vince il concorso da giornalista professionista. Inviata del “Tg3” a Parigi, Marocco, Belgrado, Zagabria e infine per sette volte in Somalia, dal dicembre 1992 al marzo 1994.
Molte delle persone che l’hanno conosciuta la definiscono come una grande professionista e c’è anche chi sostiene di accoppiare alla parola “giornalista” anche quella di “militante”, per dare il senso dello spirito con cui Ilaria viveva la sua vita e il suo lavoro. Militante non nel senso politico del termine, ma come scelta di campo nel suo mestiere: giornalista militante delle questioni africane. Tutti i suoi servizi erano sempre preceduti da una fase di studio e di analisi delle vicende che poi si apprestava a raccontare: non partiva mai per un viaggio di lavoro senza prima studiare, prepararsi, documentarsi.
Un giornalista di “Avvenimenti”, Amedeo Ricucci, che ha trascorso con lei l’esperienza somala ricorda: «A differenza di altri giornalisti interessati soprattutto all’evoluzione della situazione politica e agli accordi tra i vari signori della guerra, Ilaria voleva capire come reagiva la Somalia “profonda” al rientro dei principali contingenti dell’Unosom italiani e americani in testa…”Qui la situazione è troppo confusa”, mi disse a Mogadiscio, mercoledì, prima di partire per Bosso; “Per capire bisogna andare in giro, parlare con la gente. Altrimenti si è prigionieri della velina, oppure degli organismi umanitari che hanno interesse quaggiù”».
Ilaria, infatti, non aveva mai chiesto di essere scortata dai militari italiani. Ella sosteneva caparbiamente che «I ruoli dei militari e dei giornalisti sono diversi ed è bene che restino separati». Una volta, nei pressi di un check-point, si rifiutò, insieme ad altri colleghi, di obbedire all’ordine dei responsabili Onu di imbracciare i fucili delle loro guardie del corpo, appellandosi – in piena conferenza stampa – alla Convenzione di Ginevra secondo la quale i reporter non possono portare armi.
Il suo modo di approcciarsi alla professione, di preparare i viaggi di lavoro con scrupolo e meticolosità, di osservare e di scrutare la realtà circostante era sintomatico di una dimensione valoriale profonda. Il suo entusiasmo per l’adesione all’associazione Ida, un movimento di donne somale per l’emancipazione femminile, è uno dei segni più tangibili del suo impegno sociale e civile. Un impegno che Ilaria ha tradotto nel suo lavoro con la serietà di chi ha consapevolezza che fare informazione, soprattutto nelle zone di guerra, non significa raccontare i fatti restando chiusi in un albergo ad aspettare le notizie che arrivano dalle fonti ufficiali. In questo modo, infatti, il rischio che si corre è quello di dare una lettura scontata degli avvenimenti calpestando i principi fondanti dell’informazione e ignorando le cause e le motivazioni reali che in quei luoghi provocano drammi e tragedie per la popolazione inerme.
Raccontare vicende come quella somala significava per Ilaria soprattutto uscire, incontrare la gente, creare legami con le persone, respirare l’aria di luoghi in cui giungere alla verità è un’operazione estremamente difficile, ma doverosa se si ha a cuore il valore del giornalismo libero da schemi tanto semplici quanto fuorvianti. È questo Ilaria non solo l’aveva capito, ma l’aveva fatto proprio: era diventato il suo modus vivendi.
Ilaria era riuscita a coniugare la propria sensibilità sociale e civile all’amore per la ricerca della verità. Ed è purtroppo la verità giudiziaria che ancora oggi manca a 25 anni dalla sua morte e che le impedisce di avere giustizia. Laddove, infatti, molte inchieste giornalistiche hanno fatto emergere le vere cause che hanno portato alla morte di Ilaria e Miran, la vicenda giudiziaria – condotta in modo molto discutibile nel corso di questi anni – ha subìto innumerevoli depistaggi e non è riuscita a fare chiarezza sulla morte dei due giornalisti. Un motivo in più per comprendere in pieno il valore di alto profilo che Ilaria rappresenta.
Un ricordo, infine, va a Miran Hrovatin. Ilaria l’aveva conosciuto nel febbraio del 94. Era un operatore free lance che aveva già lavorato per la RAI a Belgrado e a Zagabria. Fu la stessa Ilaria che parlò con entusiasmo di Miran ai genitori e ai colleghi, definendolo un operatore, gentile, educato e soprattutto molto professionale.

(Matteo Scirè)




Ricostruire la comunità in Europa

 Ricostruire la comunità in Europa

“Ricostruire la comunità in Europa” è la Dichiarazione che i Vescovi europei hanno pubblicato in vista delle prossime votazioni europee , invitando tutti i cittadini dell’UE a impegnarsi nel processo politico, a esercitare il loro discernimento e a votare alle elezioni europee del 2019, consolidando ulteriormente il progetto europeo.

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Un invito, forte, convinto e deciso, a sostenere il processo di integrazione europea anche attraverso l’importante momento elettorale del 23-26 maggio. Con un messaggio della Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea, i cristiani sono interpellati per la costruzione di un bene comune che vada al di là degli interessi particolari e nazionali. “Rivolgiamo un appello a tutti i cittadini, giovani e anziani, perché votino e si impegnino durante il periodo pre-elettorale e alle elezioni europee”. Il messaggio arriva a 100 giorni dal voto per il rinnovo del Parlamento europeo ed è intitolato “Ricostruire comunità in Europa” (“Rebuilding community in Europe”).

Evitare lo sguardo ripiegato. Il voto dei cittadini, chiamati alla “responsabilità” politica, scrive la Comece, presieduta da mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo, “condizionerà decisioni politiche che avranno conseguenze tangibili sulla nostra vita quotidiana per i prossimi cinque anni”. È da “più di duemila anni” che la Chiesa cattolica “partecipa alla costruzione europea”, in particolare “con la sua Dottrina sociale”. E quindi, i vescovi si rivolgono proprio ai cittadini europei in questa fase che precede le elezioni per il rinnovo del Parlamento: se “l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha aperto un ampio ventaglio di nuove possibilità”, dieci anni fa, oggi sembra dominare un “atteggiamento meno ottimistico”. Si impongono dunque necessarie “scelte politiche” che portino a “una rinnovata fratellanza” e “rilancino il progetto europeo”. Fondamentale è che “i credenti e tutte le persone di buona volontà” vadano a votare, “senza cadere nella tentazione di uno sguardo ripiegato” e che “esercitino i loro diritti guardando alla costruzione dell’Europa”.

“Non è perfetta…”. Manifestando le proprie opinioni politiche, ogni persona potrà “orientare l’Unione” – che “non è perfetta” – là dove vogliono che vada. Oggi serve “una nuova narrativa di speranza che coinvolga i cittadini in progetti percepiti come più inclusivi e al servizio del bene comune”, indicano i vescovi. Occorre però innanzitutto l’espressione del voto, perché “ogni voto conta” nello scegliere persone che da maggio in poi “rappresenteranno le nostre opinioni politiche”. E occorrerà che, dopo le elezioni, i cittadini “in modo democratico monitorino e accompagnino il processo politico”.

Campagna elettorale. Guardando al futuro prossimo dell’Ue i vescovi affermano che i cittadini e le istituzioni Ue avranno bisogno di “spirito di responsabilità” per “lavorare insieme per un comune destino”, “superando divisioni, disinformazione e strumentalizzazione politica”. Il riferimento dei vescovi Comece nel loro documento è alla campagna elettorale, che dovrà concentrarsi sulle “politiche Ue” e su come i candidati “sapranno elaborarle e concretizzarle”. L’auspicio è che si “presentino le differenti visioni” evitando “sterili contrasti”.

La questione migratoria. Qualità necessarie per “coloro che vorranno assumersi un mandato a livello Ue” sono “integrità, competenza, leadership e impegno per il bene comune”. I vescovi indicano inoltre alcuni temi che stanno loro particolarmente a cuore: “l’economia sociale”, politiche per ridurre la povertà, basate sul principio per cui “ciò che funziona per i meno fortunati, funziona per tutti”, insieme a “un rinnovato sforzo per trovare soluzioni efficaci e condivise su migrazioni, asilo e integrazione”. A questo riguardo due le sottolineature: l’integrazione “non riguarda solo le persone che entrano nell’Ue”, ma “anche i cittadini Ue che si spostano in un Paese diverso dal loro”, quindi la questione di fondo è “come accogliersi meglio gli uni gli altri in Europa?”. In secondo luogo, i temi della migrazione e dell’asilo non sono a sé stanti, ma sono legati ai temi della “solidarietà, a una prospettiva centrata sulla persona, a politiche economiche e demografiche efficaci”.

Ambiente, pace, diritti. “Votare in queste elezioni significa anche assumersi la responsabilità per il ruolo unico dell’Europa a livello globale. Il bene comune è più grande dell’Europa”, si legge nel messaggio Comece. “Ad esempio, l’attenzione per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile – scrivono i vescovi europei – non possono essere limitati ai confini dell’Ue e i risultati elettorali avranno un impatto sulle decisioni che riguardano l’intera umanità”. Una “Unione forte sulla scena internazionale è anche necessaria per la promozione e la protezione dei diritti umani in tutti i settori e per un solido contributo dell’Ue come attore multilaterale per la pace e la giustizia economica”. Dopo aver citato un intervento di Papa Francesco sul futuro dell’Europa, il documento prosegue così: “Le elezioni potrebbero essere solo un primo passo, ma il più necessario”. “Chiediamo a tutti i cittadini, giovani e meno giovani, di votare e impegnarsi” in vista del voto. Il documento conclude: “Il voto non è solo un diritto e un dovere, ma un’opportunità per plasmare concretamente la costruzione europea”.

Fonte SIR




Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica

Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica

«Non dobbiamo aver timore dei buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società»

Care concittadine e cari concittadini,

siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana.

Tempi e abitudini cambiano ma questo appuntamento – nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi – non è un rito formale. Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo.

Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull’anno trascorso. Mi consente di trasmettere quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni nel corso dell’anno da parte di tanti nostri concittadini, quasi dando in questo modo loro voce. E di farlo da qui, dal Quirinale, casa di tutti gli italiani.

Quel che ho ascoltato esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. La vicinanza e l’affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino.

Proprio su questo vorrei riflettere brevemente, insieme, nel momento in cui entriamo in un nuovo anno.

Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri.

Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese.

Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.

So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza.

Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena.

Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune.

La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità.

Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi.

La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza.

Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro.

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità.

Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.

In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società.

Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.

Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni.

Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità.

I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato.

È l’“Italia che ricuce” e che dà fiducia.

Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà.

Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto.

Anche per questo vanno evitate “tasse sulla bontà”.

È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere.

Il modello di vita dell’Italia non può essere – e non sarà mai – quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi.

Alimentano focolai di odio settario, di discriminazione, di teppismo.

Fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare.

Lo sport è un’altra cosa.

Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che il nostro Paese ha di fronte.

Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà. Per essere all’altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni.

Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere. La mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili. L’alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani. La capacità competitiva del nostro sistema produttivo che si è ridotta, pur con risultati significativi di imprese e di settori avanzati. Le carenze e il deterioramento di infrastrutture. Le ferite del nostro territorio.

Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche.

Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno.

Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo. Frutto del lavoro e dell’ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto.

Abbiamo ad esempio da poco ricordato i quarant’anni del Servizio sanitario nazionale.

E’ stato – ed è – un grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia. Che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli

italiani, ai più alti livelli mondiali. Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare.

L’universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica: il nostro Stato sociale, basato sui pilastri costituzionali della tutela della salute, della previdenza, dell’assistenza, della scuola rappresenta un modello positivo. Da tutelare.

Ieri sera ho promulgato la legge di bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore.

Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità.

La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento.

Mi auguro – vivamente – che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto.

La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole.

Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai familiari di Antonio Megalizzi, vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei.

Come molti giovani si impegnava per un’Europa con meno confini e più giustizia. Comprendeva che le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace.

Quest’anno saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo, la istituzione che rappresenta nell’Unione i popoli europei, a quarant’anni dalla sua prima elezione diretta. È uno dei più grandi esercizi democratici al mondo: più di 400 milioni di cittadini europei si recheranno alle urne.

Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa.

Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. Una signora di novant’anni, sentendosi sola nella notte di Natale, ha telefonato ai Carabinieri. Ho bisogno soltanto di compagnia, ha detto ai militari. E loro sono andati a trovarla a casa portandole un po’ di serenità.

Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine voglio rivolgere un saluto affettuoso.

Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai Carabinieri. La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell’ordine e quella dei Vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità. Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini.

Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini delle Forze armate, impegnate per garantire la nostra sicurezza e la pace in patria e all’estero. Svolgono un impegno che rende onore all’Italia.

La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione.

In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono – malgrado il tempo trascorso – le conseguenze dolorose dei terremoti dell’Italia centrale, alle famiglie sfollate di Genova e della zona dell’Etna. Nell’augurare loro un anno sereno, ribadisco che la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà.

Auguri a tutti gli italiani, in patria o all’estero.

Auguro buon anno ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese.

Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Francesco; e lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità.

Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita.

Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l’autismo, di Verona, che ho di recente visitato.

Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare. Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l’augurio più affettuoso.

A tutti voi auguri di buon anno».

Roma, 31/12/2018