Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica

Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica

«Non dobbiamo aver timore dei buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società»

Care concittadine e cari concittadini,

siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana.

Tempi e abitudini cambiano ma questo appuntamento – nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi – non è un rito formale. Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo.

Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull’anno trascorso. Mi consente di trasmettere quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni nel corso dell’anno da parte di tanti nostri concittadini, quasi dando in questo modo loro voce. E di farlo da qui, dal Quirinale, casa di tutti gli italiani.

Quel che ho ascoltato esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. La vicinanza e l’affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino.

Proprio su questo vorrei riflettere brevemente, insieme, nel momento in cui entriamo in un nuovo anno.

Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri.

Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese.

Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.

So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza.

Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena.

Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune.

La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità.

Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi.

La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza.

Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro.

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità.

Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.

In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società.

Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.

Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni.

Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità.

I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato.

È l’“Italia che ricuce” e che dà fiducia.

Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà.

Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto.

Anche per questo vanno evitate “tasse sulla bontà”.

È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere.

Il modello di vita dell’Italia non può essere – e non sarà mai – quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi.

Alimentano focolai di odio settario, di discriminazione, di teppismo.

Fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare.

Lo sport è un’altra cosa.

Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che il nostro Paese ha di fronte.

Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà. Per essere all’altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni.

Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere. La mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili. L’alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani. La capacità competitiva del nostro sistema produttivo che si è ridotta, pur con risultati significativi di imprese e di settori avanzati. Le carenze e il deterioramento di infrastrutture. Le ferite del nostro territorio.

Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche.

Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno.

Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo. Frutto del lavoro e dell’ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto.

Abbiamo ad esempio da poco ricordato i quarant’anni del Servizio sanitario nazionale.

E’ stato – ed è – un grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia. Che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli

italiani, ai più alti livelli mondiali. Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare.

L’universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica: il nostro Stato sociale, basato sui pilastri costituzionali della tutela della salute, della previdenza, dell’assistenza, della scuola rappresenta un modello positivo. Da tutelare.

Ieri sera ho promulgato la legge di bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore.

Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità.

La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento.

Mi auguro – vivamente – che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto.

La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole.

Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai familiari di Antonio Megalizzi, vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei.

Come molti giovani si impegnava per un’Europa con meno confini e più giustizia. Comprendeva che le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace.

Quest’anno saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo, la istituzione che rappresenta nell’Unione i popoli europei, a quarant’anni dalla sua prima elezione diretta. È uno dei più grandi esercizi democratici al mondo: più di 400 milioni di cittadini europei si recheranno alle urne.

Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa.

Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. Una signora di novant’anni, sentendosi sola nella notte di Natale, ha telefonato ai Carabinieri. Ho bisogno soltanto di compagnia, ha detto ai militari. E loro sono andati a trovarla a casa portandole un po’ di serenità.

Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine voglio rivolgere un saluto affettuoso.

Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai Carabinieri. La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell’ordine e quella dei Vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità. Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini.

Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini delle Forze armate, impegnate per garantire la nostra sicurezza e la pace in patria e all’estero. Svolgono un impegno che rende onore all’Italia.

La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione.

In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono – malgrado il tempo trascorso – le conseguenze dolorose dei terremoti dell’Italia centrale, alle famiglie sfollate di Genova e della zona dell’Etna. Nell’augurare loro un anno sereno, ribadisco che la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà.

Auguri a tutti gli italiani, in patria o all’estero.

Auguro buon anno ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese.

Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Francesco; e lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità.

Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita.

Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l’autismo, di Verona, che ho di recente visitato.

Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare. Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l’augurio più affettuoso.

A tutti voi auguri di buon anno».

Roma, 31/12/2018




La nostra Europa

La nostra Europa

Impegno e appello di realtà cattoliche

Per esistere e resistere in un mondo grande e complesso, oggi più che mai abbiamo bisogno di un’Europa unita. Senza unità i popoli europei rischiano di uscire dalla storia, di diventare insignificanti.

I “padri” dell’Europa, dopo aver vissuto la tragedia della guerra, considerarono l’unione una necessità, un destino storico, per uscire dalla maledizione del conflitto che ancora una volta aveva incendiato il mondo. Dal ripudio della guerra nacque il sogno dell’unità. Nazioni diverse per storia, eredità e cultura, impararono a condividere un patrimonio comune, fatto di valori e di interessi condivisi. Tale scelta si impone oggi ancora una volta. Dopo decenni di benessere e stabilità, il futuro appare incerto. Negli inquieti animi degli europei si fa largo una pericolosa tendenza al localismo, alla frammentazione, a rinchiudersi nei confini nazionali. La reazione della maggioranza è di preoccupazione, paura, diffidenza e pessimismo. C’è paura perché ci si sente espropriati in un mondo troppo grande. C’è timore che qualcuno voglia imporci modelli di vita diversi o addirittura sostituirsi a noi. C’è disaffezione nei confronti di istituzioni europee che appaiono lontane e sorde.

Ma non illudiamoci: il nostro mondo locale, non può durare a lungo senza Europa. Navigare nella storia globale disuniti è un pericoloso abbaglio. Se non ci sarà una vera unità europea, non ci saranno Paesi europei nel mondo. Per dominare la globalizzazione che rischia di rendere irrilevanti i nostri valori, il nostro modello sociale e i nostri stessi Paesi, occorre un soprassalto di unità.

Ecco perché è necessario un nuovo slancio che impegni tutti gli italiani di buona volontà in una grande opera collettiva sostenuta dalla visione positiva di ciò che può rappresentare l’Europa nel mondo di oggi e domani. Occorre pensare a un nuovo modo di essere nella storia del mondo con nuove idee e nuova creatività. L’Unione Europea deve cessare di essere soltanto un sistema di alleanze o una coalizione di interessi, per diventare una comunità di destini, a partire dai temi unificanti della crescita, del lavoro, della centralità della persona, della tutela della famiglia, della solidarietà, della lotta alla povertà e per la riduzione delle diseguaglianze sociali. Come italiani dobbiamo avere il coraggio di scrutare in noi stessi e di uscire dalle nostre paure e rassegnazioni. Siamo ormai più europei di quanto ne abbiamo consapevolezza. Siamo impastati di Europa. Le istituzioni europee contano molto nei vari Paesi. Il tessuto umano e culturale in cui viviamo, è già europeo. I giovani si muovono in modo europeo. Ogni impresa di valore sul continente, si confronta con lo scenario europeo. Occorre averlo chiaro.

Anche le istituzioni europee non possono vivere per sé stesse, preoccupate solo dalla loro sopravvivenza. La prospettiva non può essere solo la vittoria della propria parte contro le altre. Non ci si salva da soli, presi da interessi materiali immediati. Occorre guardare più lontano. A forza di vivere per sé, un uomo e una donna muoiono; a forza di vivere per sé si spegne anche una nazione, deperisce una comunità. L’Europa ha senso solo nel proporre al mondo un modello del vivere insieme e di vivere per gli altri. Malgrado i suoi errori e le sue debolezze, l’Europa ha tanto da dare al mondo: il suo umanesimo, la sua forza ragionevole, la sua capacità di dialogo, le sue risorse, il suo modello sociale, il suo diritto, la sua cultura.

Nelle sue diversità, che nel tempo si compongono, l’Europa realizza la civiltà del vivere insieme, quella civiltà che manca al mondo ed è la risposta sia alla globalizzazione omogeneizzante sia alle pericolose reazioni identitarie, estremiste o radicalizzate. Il suo modello sociale è un’alternativa a un’economia disumana, basata solo sull’interesse immediato e predatorio. L’Europa può dare risposte all’Africa abbandonata che cerca partner sinceri; può difendere la democrazia ove essa è minacciata; far da argine al terrorismo, al fanatismo e al fondamentalismo. Oggi, a Roma, tutti insieme, vogliamo dare voce a questa pressante esigenza, un appello rivolto a tutti i nostri concittadini.

Roberto Rossini, Presidente nazionale Acli
Matteo Truffelli, Presidente nazionale Azione Cattolica
Marco Impagliazzo, Presidente Comunità Sant’Egidio
Maurizio Gardini, Presidente Confcooperative
Giuseppe Gallo, Presidente della Fondazione Ezio Tarantelli della Cisl
Nicola Antonetti, Presidente della Fondazione Luigi Sturzo
Gabriella Serra e Pietro Giorcelli, Presidenti Fuci

Fonte: Avvenire

L’intervento del Card. Bassetti

 



Stima e gratitudine per il Presidente Sergio Mattarella

 

Stima e gratitudine per il Presidente Sergio Mattarella

La Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, in questo passaggio così difficile per la vita del nostro Paese, esprime stima e gratitudine per il Presidente Sergio Mattarella, stigmatizzando i toni degli attacchi di cui è fatto oggetto da più parti. Infatti, al di là delle legittime differenze di opinione circa le scelte politiche da cui dipende il bene dell’Italia, dovrebbe essere evidente per tutti che il Presidente Mattarella ha sempre dimostrato, e ha ulteriormente confermato in questi ottanta e più giorni che ci separano dalle elezioni di marzo, un altissimo senso delle istituzioni e un fermo rispetto della volontà popolare.
In questo frangente, la Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana si rivolge a tutte le forze politiche perché ritrovino misura nel modo di condurre il confronto politico e sappiano esercitare un ancora maggiore senso di responsabilità istituzionale, per il bene del Paese. Come abbiamo già fatto nei mesi scorsi, chiediamo inoltre a tutti gli italiani, a partire da noi stessi, di compiere ogni sforzo possibile per affrontare questa difficile fase storica con un forte senso del Bene comune e del rispetto reciproco, perseguendo la ricerca non pregiudiziale di ciò che rappresenta l’autentico interesse dell’Italia e promuovendo un reale confronto con le opinioni di ciascuno. Perché la politica torni a essere costruzione di un futuro comune.




Ilaria Alpi

ILARIA ALPI, amore per la ricerca della verità.

– Un ricordo nel 24° anniversario della sua uccisione –

Ilaria AlpiNei primi anni ’90 la Somalia è segnata da una guerra feroce tra bande: la sanguinosa lotta tra Aidid e Ali Mahdi riduce allo stremo la popolazione e rende drammatiche le già critiche e preoccupanti condizioni politiche, economiche, sociali e civili del Paese africano. L’ONU decide di intervenire con la missione “Restore Hope” per svolgere una azione di pace e garantire l’arrivo degli aiuti umanitari: una missione che sin dall’inizio si delinea più difficile del previsto.
È in questo contesto che il 20 marzo del 1994, a Mogadiscio, vengono assassinati Ilaria Alpi, giornalista del TG3 e il suo operatore Miran Hrovatin.
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non sono stati uccisi per una tragica fatalità, ma sono stati assassinati perché erano sulle tracce di traffici illeciti di armi e rifiuti tossici che coinvolgevano da un lato i paesi occidentali e dall’altro quelli africani.
Ilaria Alpi non era una giornalista come tanti, inviati nelle zone di guerra per raccogliere e raccontare i bollettini diffusi dagli organi militari. La sua visione della professione giornalistica era connotata da una forte attenzione e sensibilità nei confronti della cultura e delle problematiche delle popolazioni e dei Paesi nei quali si trovava.
D’altronde il curriculum di Ilaria rappresenta una testimonianza evidente della sua passione per il giornalismo e per le vicende internazionali relative, soprattutto, al mondo arabo: diploma di laurea in Lingue e Letteratura straniere moderne, conseguito nell’86 presso l’Istituto di Lingue orientali dell’università di Roma “La Sapienza”, con una tesi in Islamistica. Ottima conoscenza orale e scritta della lingua araba, della lingua inglese e di quella francese. Esperienze di studio per il perfezionamento delle conoscenze linguistiche al Cairo (grazie a delle borse di studio concesse dal governo egiziano tramite il ministero per gli Affari esteri negli anni 1985 e 1987) presso il Centro Culturale Francese, e l’Università Americana; e a Tunisi, alla scuola “Burgighiba”. Collaborazioni giornalistiche con “il Manifesto” e con i settimanali “Noi Donne” e “Rinascita”, inoltre, a Roma e dal Cairo con le redazioni spettacoli e esteri di “Paese sera”, con la redazione culturale de “l’Unità” e per “Italia Radio”.
Nell’89 si iscrive all’Albo dei giornalisti pubblicisti, vince il concorso da praticante in Rai e nel ’90 viene assunta da Rai Sat. Sempre nel dicembre dello stesso anno viene trasferita al “Tg3” redazioni esteri e nel ’92 vince il concorso da giornalista professionista. Inviata del “Tg3” a Parigi, Marocco, Belgrado, Zagabria e infine per sette volte in Somalia, dal dicembre 1992 al marzo 1994.
Molte delle persone che l’hanno conosciuta la definiscono come una grande professionista e c’è anche chi sostiene di accoppiare alla parola “giornalista” anche quella di “militante”, per dare il senso dello spirito con cui Ilaria viveva la sua vita e il suo lavoro. Militante non nel senso politico del termine, ma come scelta di campo nel suo mestiere: giornalista militante delle questioni africane. Tutti i suoi servizi erano sempre preceduti da una fase di studio e di analisi delle vicende che poi si apprestava a raccontare: non partiva mai per un viaggio di lavoro senza prima studiare, prepararsi, documentarsi.
Un giornalista di “Avvenimenti”, Amedeo Ricucci, che ha trascorso con lei l’esperienza somala ricorda: «A differenza di altri giornalisti interessati soprattutto all’evoluzione della situazione politica e agli accordi tra i vari signori della guerra, Ilaria voleva capire come reagiva la Somalia “profonda” al rientro dei principali contingenti dell’Unosom italiani e americani in testa…”Qui la situazione è troppo confusa”, mi disse a Mogadiscio, mercoledì, prima di partire per Bosso; “Per capire bisogna andare in giro, parlare con la gente. Altrimenti si è prigionieri della velina, oppure degli organismi umanitari che hanno interesse quaggiù”».
Ilaria, infatti, non aveva mai chiesto di essere scortata dai militari italiani. Ella sosteneva caparbiamente che «I ruoli dei militari e dei giornalisti sono diversi ed è bene che restino separati». Una volta, nei pressi di un check-point, si rifiutò, insieme ad altri colleghi, di obbedire all’ordine dei responsabili Onu di imbracciare i fucili delle loro guardie del corpo, appellandosi – in piena conferenza stampa – alla Convenzione di Ginevra secondo la quale i reporter non possono portare armi.
Il suo modo di approcciarsi alla professione, di preparare i viaggi di lavoro con scrupolo e meticolosità, di osservare e di scrutare la realtà circostante era sintomatico di una dimensione valoriale profonda. Il suo entusiasmo per l’adesione all’associazione Ida, un movimento di donne somale per l’emancipazione femminile, è uno dei segni più tangibili del suo impegno sociale e civile. Un impegno che Ilaria ha tradotto nel suo lavoro con la serietà di chi ha consapevolezza che fare informazione, soprattutto nelle zone di guerra, non significa raccontare i fatti restando chiusi in un albergo ad aspettare le notizie che arrivano dalle fonti ufficiali. In questo modo, infatti, il rischio che si corre è quello di dare una lettura scontata degli avvenimenti calpestando i principi fondanti dell’informazione e ignorando le cause e le motivazioni reali che in quei luoghi provocano drammi e tragedie per la popolazione inerme.
Raccontare vicende come quella somala significava per Ilaria soprattutto uscire, incontrare la gente, creare legami con le persone, respirare l’aria di luoghi in cui giungere alla verità è un’operazione estremamente difficile, ma doverosa se si ha a cuore il valore del giornalismo libero da schemi tanto semplici quanto fuorvianti. È questo Ilaria non solo l’aveva capito, ma l’aveva fatto proprio: era diventato il suo modus vivendi.
Ilaria era riuscita a coniugare la propria sensibilità sociale e civile all’amore per la ricerca della verità. Ed è purtroppo la verità giudiziaria che ancora oggi manca a 24 anni dalla sua morte e che le impedisce di avere giustizia. Laddove, infatti, molte inchieste giornalistiche hanno fatto emergere le vere cause che hanno portato alla morte di Ilaria e Miran, la vicenda giudiziaria – condotta in modo molto discutibile nel corso di questi anni – ha subìto innumerevoli depistaggi e non è riuscita a fare chiarezza sulla morte dei due giornalisti. Un motivo in più per comprendere in pieno il valore di alto profilo che Ilaria rappresenta.
Un ricordo, infine, va a Miran Hrovatin. Ilaria l’aveva conosciuto nel febbraio del 94. Era un operatore free lance che aveva già lavorato per la RAI a Belgrado e a Zagabria. Fu la stessa Ilaria che parlò con entusiasmo di Miran ai genitori e ai colleghi, definendolo un operatore, gentile, educato e soprattutto molto professionale.

(Matteo Scirè)




Placido Rizzotto

Placido Rizzotto
Film 

Corleone, 1948. Il sindacalista comunista Placido Rizzotto, in prima linea nella lotta dell’occupazione delle terre, scompare misteriosamente nella notte del 10 marzo. Aveva 34 anni. 
È questa la storia narrata dall’opera di Pasquale Scimeca, girato con attori non professionisti, ad eccezione del protagonista.
Il film inizia con uno stratagemma narrativo che in realtà dichiara subito una scelta stilistica: un vecchio cantastorie racconta, davanti a un pubblico dei nostri giorni, una vecchia storia. E lo fa, in modo antico, illustrando le immagini della storia di Placido Rizzotto. Le tavole del cantastorie coincidono con lo spazio-tempo del film, con le stesse inquadrature, colori e ritmi che portano alla descrizione delle caratteristiche dei personaggi e degli ambienti in cui vissero. Si tratta di una vera e propria cristallizzazione del tempo in ciascuna illustrazione. Nel racconto è possibile rintracciare i momenti salienti della storia, non solo di Rizzotto, ma di un intero popolo.
La prima parte del film scava nel passato del protagonista, raccontato a frammenti: dalla militanza nell’esercito alla Resistenza nel nord Italia del 1943. Quest’ultima lo cambierà profondamente, ponendolo a diretto contatto con un forte senso di morte e ingiustizia che gli renderà intollerabile la realtà corleonese, fortemente regolata dal potere mafioso. 
La seconda parte, tutta incentrata sul mistero della scomparsa del sindacalista, consiste in una serie di testimonianze parziali e reticenti. Un racconto modulato da veloci cambi di prospettive che, in seguito, diventa un resoconto spoglio, fulmineo e agghiacciante.
Di forte suggestione, la scena in cui Placido, durante l’assemblea del sindacato, invoca la responsabilità di ciascuno perché la mentalità ed il comportamento mafiosi possono insinuarsi in ogni individuo. E, ancora, la rappresentazione della lotta dei contadini, che risiede nella forza collettiva basata su una forte scelta individuale per il bene proprio e di tutti. 
A questa forma civile, non istituzionale, di organizzazione della lotta si contrappone quella selvaggia della mafia che – nel periodo più caldo, dal novembre 1946 ad aprile 1948, come citano i documenti storici – compie ventisei omicidi con l’obiettivo di bloccare quel processo di liberazione civile che stava mettendo a repentaglio il suo potere.
Nell’ultima scena i carabinieri aprono, davanti ai familiari, la sacca con i pochi resti di Placido. Il regista sembra chiedere allo spettatore: “E’ dunque solo questo ciò che rimane di Placido o c’è qualcos’altro?”. L’interrogativo contiene un chiaro lascito morale, da non trascurare o dimenticare.

(Barbara Giammatteo)

Placido Rizzotto 
Regia, soggetto, sceneggiatura: Pasquale Scimeca
Fotografia: Pasquale Mari 
Scenografia: Luisa Taravella 
Costumi: Grazia Colombini 
Musica: Alessio Vlad, Stefano Arnaldi 
Montaggio: Babak Karim 
Prodotto da: Arbash film in collaborazione con Rai Cinema
(Italia, 2000)
Durata: 110′ 
Distribuzione cinematografica: Istituto Luce 
PERSONAGGI E INTERPRETI
Placido Rizzotto: Marcello Mazzarella
Lo sciancato: Vincenzo Albanese
Carmelo Rizzotto: Carmelo Di Mazzarelli
Lia: Gioia Spaziani