Per riflettere insieme…

Per riflettere insieme…

Dialoghi quotidiani a cura di Mirella Arcamone

 

 



Santa Pasqua 2020

«In Gesù risorto, la vita ha vinto la morte. Questa fede pasquale nutre la nostra speranza…

È la speranza di un tempo migliore, in cui essere migliori noi, finalmente liberati dal male e da questa pandemia.

È una speranza: la speranza non delude; non è un’illusione, è una speranza».     
                                                                                                                                                                                 Papa Francesco

                                                                                                                                                                           

Auguri di una Santa Pasqua dal Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica

Gaetano Pugliese, don Enzo Bellante, Tina del Monaco, Enza Caccioppo, Anna Bosco, Elisabetta Brugè, Nunzio Bruno, Vincenzo Guida, Vincenzo Lumia, Franco Venturella

 




Domenica delle Palme

Domenica delle Palme

«Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea»
(Mt 21,1-11*; Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14- 27,66)

Con la celebrazione della Domenica delle Palme, veniamo introdotti nella Settimana Santa, durante la quale celebreremo i misteri della Passione e Morte del Signore che avranno il loro culmine nella sua Risurrezione. Queste festività sono senza dubbio fra le più attese dell’anno per il concorso dei fedeli, in modo particolare per le Palme, il Venerdì Santo a motivo della processione col Cristo morto e la notte della Veglia Pasquale. Quest’anno, purtroppo, tutte queste celebrazioni le potremo vedere solo tramite i canali nazionali o quelli regionali e locali, o su Facebook, che le trasmetteranno, a motivo del Corona virus che ci obbliga tutti a stare a casa. Nonostante tutte queste limitazioni prego che la grazia particolare di questa Settimana Santa possa ugualmente entrare con efficacia nel vostro spirito e farvi gustare profondamente tutte le celebrazioni.

L’evento dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme è il preludio del grandioso dramma, che costituisce l’annuncio fondamentale della nostra fede, il “Kerigma”, che si condensa nella incredibile e stupefacente affermazione: “Colui che è stato crocifisso è risorto!”. Il racconto della passione del Signore non finisce mai di commuoverci profondamente, ed è veramente difficile non sentirsi coinvolti da esso, perché non contiene soltanto la storia delle ultime vicende di Gesù, ma contiene la nostra storia, la storia di ciascuno di noi, la mia storia, la tua storia, fratello e sorella, che vi entri con cuore aperto e sincero.  Poiché questa Domenica è caratterizzata dall’accoglienza gioiosa che il popolo riserva a Gesù, nel momento in cui Egli fa il suo profetico ingresso a Gerusalemme, mi pare giusto dare il via a  queste brevi riflessioni partendo da qui, per poi entrare nel racconto della Passione.

            Stando al Vangelo di Matteo, questa colorita e significativa vicenda nasce da una diretta iniziativa di Gesù, che intende realizzare una profezia per presentarsi come il re di pace, pieno di mitezza, preannunziato dal profeta Zaccaria. Betfage è un piccolo villaggio che sorge verso la fine della salita che da Gerico porta a Gerusalemme, ed il significato del suo nome è, alla lettera, “casa dei fichi non maturi”. Questo nome può richiamare quello che verosimilmente succedeva, trattandosi di una zona di transito, dove i viaggiatori non davano ai fichi il tempo di maturare. Ma richiama anche l’episodio di Gesù che desidera mangiare una fico, ma trova solo foglie, oppure la parabola del giardiniere che continua a coltivare il fico strerile, nella speranza che porti frutto. Gesù non entra nel villaggio, ma vi manda qualcuno dei suoi discepoli con l’ordine preciso di prendere in prestito un’asina con il suo puledro. Nel caso di qualche obiezione da parte del proprietario, bastava soltanto che dicessero: “Il Signore ne ha di bisogno”. Ma non ci sono problemi. Slegano l’asina con il suo puledro e li portano da Gesù. Da questo momento tutto quello che avviene è all’insegna della fantasia e dell’entusiasmo popolare.

            I discepoli mettono i loro mantelli sulle bestie e la folla che li circonda si lascia coinvolgere da questo spirito. Chi comincia a stendere i mantelli al passaggio di Gesù, chi spezza o taglia rami di ulivo e di palme per agitarli o stenderli sulla strada in segno di festosa accoglienza. Man mano che vanno avanti il corteo s’ingrossa, l’entusiasmo cresce e cominciano a sentirsi delle acclamazioni di gioia e di lode: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!». Sembra che tutti siano invasi dallo spirito di profezia, per dare senso a quello che sta succedendo. Gesù viene osannato come figlio di Davide, come il Messia promesso che viene nel nome del Signore, e la folla rende gloria a Dio perché ha inviato l’atteso dei secoli . Il corteo intanto giunge nella città santa, Gerusalemme, e la presenza inattesa di questa folla acclamante che grida il suo entusiasmo mette in subbuglio ed in allarme la città. Si sente aleggiare una forma di paura, la paura dei capi che rifiutano Gesù, la paura di Gerusalemme che chiede: “Chi è costui?” come se mai avesse visto Gesù, e la folla che, con disarmante spontaneità e convinzione, da la sua risposta: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

         La risposta della folla, sensibile al soffio misterioso dello Spirito, anticipa quello che viene fatto scrivere da Pilato sul cartello che indica il motivo della condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei», come pure la sorprendente ed insospettabile esclamazione del centurione romano, che assiste alla morte di Gesù: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Tra questi momenti, che si collocano alle due estremità dell’intera vicenda, ecco l’avvincente racconto della Passione, che non possiamo limitarci a leggere con distacco ed indifferenza, ma nel quale noi entriamo come protagonisti. Nei vari personaggi che ci vengono descritti ci siamo pure noi. Noi siamo Giuda, che con un bacio tradisce il maestro, che continua a  chiamarlo ancora “amico”;  noi siamo gli apostoli, che scompaiono dalla circolazione, non appena vedono il loro Maestro legato con catene e condotto al Sinedrio; noi siamo Pietro, che alterna le fasi di audacia, nell’orto del Getsemani, con le fasi umilianti del silenzio pauroso di chi sta a guardare come va a finire fino al rinnegamento più vergognoso, quando afferma ripetutamente che che non conosce Gesù, che non ha niente a che fare con Lui, per poi riconoscere la sua vigliaccheria e pentirsi piangendo amaramente.

            Siamo noi la folla che sta a guardare, che tace per paura dei capi dei giudei, o che persino si lascia coinvolgere nel gridare contro Gesù ed approvare la sua condanna. Siamo noi nei soldati che diventano disumani e crudeli nei confronti del debole condannato, non provando un briciolo di pietà, anzi deridendolo ed insultandolo. Siamo noi nei capi del popolo e nel Sinedrio che cerca ogni scusa per condannare Gesù, ricorrendo anche allo spergiuro e accusandolo ipocritamente di bestemmia, pretendendo di stare dalla parte di Dio, e che lo deridono sotto la croce. Siamo noi in Pilato che finisce col cedere alla ragion di stato ed all’interesse personale, pur avendo riconosciuto l’innocenza di Gesù.  Ma siamo anche noi con le donne che lo avevano seguito dalla Galilea ed hanno continuato con fedeltà a stargli vicino, fin sotto la croce. E siamo pure Nicodemo che si fa avanti dichiarandosi apertamente suo amico. E, spero, siamo in Maria, la Madre di Gesù, in Maria di Magdala e l’altra Maria, che non cessano di stargli vicino, anche quando lo pongono nel sepolcro, da dove risorgerà glorioso.

            Giuseppe Licciardi (P. Pino)

 




la creatività dell’amore

La creatività dell’amore

Videomessaggio del Santo Padre Francesco
per la Settimana Santa 2020


Cari amici, buonasera!

Questa sera ho la possibilità di entrare nelle vostre case in un modo diverso dal solito. Se lo permettete, vorrei conversare con voi per qualche istante, in questo periodo di difficoltà e di sofferenze. Vi immagino nelle vostre famiglie, mentre vivete una vita insolita per evitare il contagio. Penso alla vivacità dei bambini e dei ragazzi, che non possono uscire, frequentare la scuola, fare la loro vita. Ho nel cuore tutte le famiglie, specie quelle che hanno qualche caro ammalato o che hanno purtroppo conosciuto lutti dovuti al coronavirus o ad altre cause. In questi giorni penso spesso alle persone sole, per cui è più difficile affrontare questi momenti. Soprattutto penso agli anziani, che mi sono tanto cari.

Non posso dimenticare chi è ammalato di coronavirus, le persone ricoverate negli ospedali. Ho presente la generosità di chi si espone per la cura di questa pandemia o per garantire i servizi essenziali alla società. Quanti eroi, di tutti i giorni, di tutte le ore! Ricordo anche quanti sono in ristrettezze economiche e sono preoccupati per il lavoro e il futuro. Un pensiero va anche ai detenuti nelle carceri, al cui dolore si aggiunge il timore per l’epidemia, per sé e i loro cari; penso ai senza dimora, che non hanno una casa che li protegga.

È un momento difficile per tutti. Per molti, difficilissimo. Il Papa lo sa e, con queste parole, vuole dire a tutti la sua vicinanza e il suo affetto. Cerchiamo, se possiamo, di utilizzare al meglio questo tempo: siamo generosi; aiutiamo chi ha bisogno nelle nostre vicinanze; cerchiamo, magari via telefono o social, le persone più sole; preghiamo il Signore per quanti sono provati in Italia e nel mondo. Anche se siamo isolati, il pensiero e lo spirito possono andare lontano con la creatività dell’amore. Questo ci vuole oggi: la creatività dell’amore.

Celebriamo in modo davvero insolito la Settimana Santa, che manifesta e riassume il messaggio del Vangelo, quello dell’amore di Dio senza limiti. E nel silenzio delle nostre città, risuonerà il Vangelo di Pasqua. Dice l’apostolo Paolo: «Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e resuscitato per loro» (2 Cor 5,15). In Gesù risorto, la vita ha vinto la morte. Questa fede pasquale nutre la nostra speranza. Vorrei condividerla con voi questa sera. È la speranza di un tempo migliore, in cui essere migliori noi, finalmente liberati dal male e da questa pandemia. È una speranza: la speranza non delude; non è un’illusione, è una speranza.

Gli uni accanto agli altri, nell’amore e nella pazienza, possiamo preparare in questi giorni un tempo migliore. Vi ringrazio per avermi permesso di entrare nelle vostre case. Fate un gesto di tenerezza verso chi soffre, verso i bambini, verso gli anziani. Dite loro che il Papa è vicino e prega, perché il Signore ci liberi tutti presto dal male. E voi, pregate per me. Buona cena. A presto!




IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA

«IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA»
(Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45)

            Con il racconto della risurrezione di Lazzaro, si completa il trittico delle letture giovannee, che accompagnava i catecumeni nelle ultime settimane del loro cammino verso il battesimo con la piena professione della loro fede in Cristo Gesù, Profeta e Messia, Salvatore del mondo e Figlio di Dio. Nello stesso tempo anche noi siamo stati provocati a rivedere la nostra fede per una opportuna verifica e messa a punto. Il Vangelo di questa domenica ci consente di fare un ulteriore passo in avanti, quasi a rispondere alla sottile provocazione di Paolo che afferma chiaramente che se noi crediamo a Gesù solo per questa vita terrena saremmo i più miserabili fra gli uomini. La nostra fede infatti va oltre i confini di questa vita terrena e si estende verso la pienezza della vita, la vita eterna. Per questo Gesù dice alla Samaritana che l’acqua del pozzo la può dissetare solo per un po’ di tempo, mentre Egli le dà l’acqua che dura per la vita eterna e che non finirà mai di zampillare. Per questo Gesù dice al cieco che Egli è la luce del mondo e chi lo segue avrà la luce della vita. Ed è anche per questo motivo che Gesù dice a Marta che Egli è la Risurrezione e la Vita, e chi crede in Lui, anche se passa attraverso la morte, vivrà.

            Il profeta Ezechiele, attraverso l’immagine dei sepolcri che si aprono, annuncia al popolo d’Israele, che sarebbe sopravvissuto dall’esilio, ma nello stesso tempo allude ad un altro tipo di risurrezione che la potenza dello Spirito di Dio avrebbe dato al suo popolo. Il profeta ci assicura che Dio avrebbe effuso il suo spirito per fare rivivere il suo popolo, e questo era dato come segno irrefutabile della sua signoria assoluta sulla vita e sulla morte, per cui s’ impegna solennemente: «L’ho detto e lo farò». Davvero potente questa breve lettura del profeta. Paolo, da parte sua, completa queste affermazioni ribadendo ai cristiani di Roma che il Signore della vita «darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi». Il tema di fondo di tutte le tre letture di questa quinta domenica di quaresima riguarda la verità proclamata a conclusione della professione della nostra fede, il Credo, e che costituisce l’esito definitivo della nostra esistenza terrena: “Credo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”. Non è una verità opzionale, ma è la conclusione ovvia della nostra fede in Colui che è il Signore della vita.

            Per annunciare con estrema forza di convinzione ed in maniera indimenticabile questa verità, che del resto faceva parte del Credo dei farisei del suo tempo, Gesù prende l’occasione dall’improvvisa morte di Lazzaro di Betania, suo amico carissimo insieme con le due sorelle Marta e Maria, presso la cui casa Gesù era ospite sempre gradito. Le due sorelle, quando capirono che Lazzaro era molto grave, mandarono ad informare Gesù. Ma Gesù, invece di partire subito, indugia altri due giorni. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un suo strano modo di comportarsi. Ma anche quell’indugio ha una ragion d’essere. Gesù informa i suoi discepoli con una frase sibillina, dicendo che Lazzaro si era addormentato ed egli andava a svegliarlo. Ma vista l’incomprensione dei discepoli, lo dice chiaramente: «Lazzaro è morto, andiamo da lui!». L’uso del linguaggio simbolico del sonno, voleva alludere al fatto che per Lui la morte non è l’ultimo traguardo che l’uomo può raggiungere, mettendo fine alla sua esistenza. Come uno si sveglia dal sonno per andare avanti con un nuovo giorno, così, coloro che muoiono non arrestano definitivamente il corso della loro vita, ma lo portano in avanti. La vita va oltre i limiti del tempo; attraverso la soglia della morte si entra nella dimensione dell’eternità.

            L’insegnamento che Gesù vuole impartire, iniziando dal cuore aperto e sensibile di Marta e di Maria, non riguarda soltanto la risurrezione, perché le due amiche credono nella risurrezione. Ma la novità assoluta che Gesù comunica è che il mistero della risurrezione ha a che fare con la sua persona. Ancora una volta ci troviamo di fronte alla rivelazione della identità profonda di Gesù. Egli ha legato la sua vita a quella di tutti gli uomini, facendosi uomo come noi, e condividendo la nostra morte. Nello stesso tempo, questo scendere negli abissi della morte gli ha consentito di sconfiggere il potere della morte con la potenza della sua Risurrezione. Quello che compie in Lazzaro, mentre è un segno grandioso della sua potenza, è anche un annuncio della sua risurrezione e della risurrezione di cui avrebbe fatto partecipi tutti gli uomini. Giovanni nota subito che, quando Gesù arriva, già Lazzaro si trovava nel sepolcro da quattro giorni, un tempo più che sufficiente per dichiarare l’assoluta certezza della morte, perché si riteneva che l’anima restasse legata al corpo per tre giorni. Quindi al quarto giorno si era oltre ogni pensabile possibilità di poter restituire la vita al morto.

            Gesù però, fin dall’inizio, aveva dato una “lettura” originale dell’evento, dichiarando che quella morte serviva per manifestare la gloria di Dio e per rafforzare la fede dei suoi discepoli. Quello che si prepara a compiere entra quindi nella logica di una professione di fede che riguarda la sua persona. Le due sorelle  aspettavano la venuta di Gesù, perché erano certe che Egli non avrebbe fatto morire l’amico. Ma a Gesù questo non bastava. Egli aveva preparato qualcosa di più grandioso. Ancora una volta, parlando con Marta, Gesù inizia il suo dialogo con una domanda che esige la fede dell’interlocutrice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Marta rispose con quella prontezza ed apertura di fede che Gesù si aspettava: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Adesso possono andare al sepolcro per sentire, al di là di ogni immaginazione, la potente voce di Gesù che chiama il suo amico: «Lazzaro, vieni fuori!». Lazzaro viene fuori, l’orologio della sua vita viene solo spostato indietro. Egli avrebbe reincontrato la morte. Ma a noi vien data ormai la certezza che, grazie a Gesù, “anche se uno muore, vivrà”.

            Giuseppe Licciardi (Padre Pino)