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Solennità della Santissima Trinità

Solennità della Santissima Trinità

«NEL NOME DEL PADRE E DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO»
(Dt 4,32-34.39-40; Sal 32; Rm 8,14-17; Mt 28,16-20

Nel fissare con stupore lo sguardo sul vero volto di Dio, per come è stato rivelato a noi da Gesù, scopriamo che il nostro Dio è Dio Trinità. Noi possiamo pronunciare soltanto il termine che la Chiesa ha trovato per tentare di dirci chi è Dio, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, lo stesso Dio a cui Gesù si rivolgeva con immensa tenerezza chiamandolo “Abbà”, Padre. Ma ci dobbiamo fermare alla soglia del suo mistero ineffabile, limitandoci ad accogliere e lasciare parlare in noi le opere che Lui stesso ha compiuto per farsi conoscere e rivelarsi. Dio infatti ha sempre usato il linguaggio eloquente delle sue opere, per provocare l’uomo a scoprire la sua presenza, la sua grandezza, la sua potenza, la sua bellezza e soprattutto la sua paterna tenerezza e vicinanza.

La pagina del Deuteronomio che ascoltiamo nella solennità della Santissima Trinità è di una bellezza toccante e sorprendente. Dio stesso prende l’iniziativa e provoca il popolo che Egli si è scelto ad un dialogo. Egli non è un Dio astratto e lontano, ma al contrario è un Dio che è sempre vicino al suo popolo: lo ha visto nascere, crescere, l’ha accompagnato passo passo nel suo cammino; gioiendo, lottando e soffrendo con esso. Israele non deve cercare lontano per scoprire chi è il suo Dio, perchè Egli è ed è stato un Dio sempre a portata di mano. Basta volgere lo sguardo indietro, a partire dalla stessa creazione, per scoprire la grande differenza che c’è tra gli dei degli altri popoli e il Dio d’Israele. Basta riflettere con sereno discernimento per scoprire che non c’è altro Dio se non Javeh, il Dio d’Israele. Egli non è una divinità da servire con paura, temendo di incorrere nella sua collera, se si osservano le sue prescrizioni. Egli è un Dio che è stato con il  suo popolo, lo ha visitato, gli ha parlato a tu per tu, come fa un padre con i suoi figli, lo ha guidato con pazienza e tenerezza sulla via del bene.

Se gli ha dato leggi e comandi, non lo ha fatto per far pesare la sua autorità ed il suo dominio, ma per aiutare il suo popolo a trovare la via giusta per creare una società sana e godere i frutti della vita e della felicità. “Perchè sia felice tu ed i tuoi figli dopo di te”: ecco qual è la vera preoccupazione di Dio, che i suoi figli siano felici e non per un breve periodo di tempo, ma per sempre. La legge che ha donato è una garanzia ed una salvaguardia sicura perchè il popolo possa godere delle promesse e dei beni che sono il frutto maturo che essa produce. Ma la legge stessa scaturisce da un rapporto personale di fiducia e di confidenza che Dio ha creato con il suo popolo. L’osservanza di essa quindi è un segno e una connaturale espressione di questo rapporto, e tutto quello che viene compiuto per amore non è un peso, ma motivo di gioia e di pienezza.

Con la venuta di Gesù giungiamo a comprendere questo intenso desiderio di dialogo e di comunione che Dio ha cercato in ogni modo di realizzare con il suo popolo. Egli non è un Dio solitario, ma un Dio comunione, un Dio che è Padre e Madre e riversa tutto il suo amore nel Figlio, e questo dono reciproco è così pieno e totale da essere persona, lo Spirito Santo. Il nostro linguaggio fa fatica a dire l’indicibile. Ma nemmeno Dio ha voluto darci spiegazioni per noi incomprensibili. Si è limitato a dirci che Lui è così e basta, che Egli è Padre e Figlio e Spirito Santo. Questo ha rivelato Gesù con molto tatto ai suoi discepoli, ed essi si sono limitati a ridire a noi quello che avevano sentito, ma soprattutto esperimentato. L’apostolo Paolo ci parla direttamente di questo forte desiderio di intimità che Dio vuole stabilire con noi, dicendoci che Dio ha effuso nei nostri cuori il suo Spirito,  che ci fa riconoscere Dio come nostro Padre e Gesù come nostro fratello. Il vero figlio di Dio si riconosce dal fatto che nelle sue scelte si lascia guidare dallo Spirito di Dio, facendo sempre quello che piace al Padre, come ha fatto Gesù.

La vita del credente è una vita immersa in Dio. Ecco perchè Gesù, nel momento in cui invia i suoi discepoli in tutto il mondo, comanda loro di andare, annunciare il Vangelo e fare discepoli tutti i popoli, e di battezzarli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Per Gesù battezzare significa immergere nella vita di Dio, del Dio Trinità. Ogni uomo quindi è chiamato ad entrare in questa relazione di sempre crescente intimità e comunione di vita col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo. E ciò si può realizzare solo nella misura in cui i discepoli vanno imparando “ad osservare tutto ciò che Gesù ha comandato”. Non c’è altra strada per vivere l’incontro con Dio. Al termine del mese di maggio mi piace ricordare come Maria è stata la prima creatura umana a vivere questo mistero oscuro e luminoso della comunione con Dio Trinità. Fin dall’inizio lei ha consegnato la sua vita al Padre che ha effuso in lei il suo Spirito per renderla Madre del Figlio Suo che si faceva in lei uno di noi. E tutto questo si è potuto realizzare perchè Maria ha dato la sua piena disponibilità “a compiere la Sua parola”.

Giuseppe Licciardi (Padre Pino)