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La città che non vediamo: ascolto, empatia e nuove sfide per una scuola che voglia essere davvero costituzionale

La città che non vediamo: ascolto, empatia e nuove sfide per una scuola che voglia essere davvero costituzionale

 

(di Luca Colonna)

 La scuola italiana nasce da una promessa alta. La Costituzione della Repubblica Italiana afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Non si tratta di un dettaglio giuridico: è un orizzonte pedagogico. Quando l’articolo 34 dichiara che «la scuola è aperta a tutti», consegna alla comunità educante una responsabilità precisa: non lasciare indietro nessuno. Eppure, nel nuovo millennio, questa promessa appare più fragile. L’ascensore sociale sembra rallentato, se non bloccato. Le condizioni di partenza continuano a pesare in modo determinante sui percorsi formativi. Il fenomeno dei NEET, giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione, è uno dei segnali più evidenti di una frattura che attraversa il nostro sistema educativo e sociale. Non è soltanto un problema occupazionale: è una questione culturale, relazionale, di senso. Recentemente ho trovato estremamente interessante e illuminante riprendere un testo di don Lorenzo Milani, a mio avviso densissimo di contemporaneità, “Lettera a una professoressa”. L’opera, con la forza di essere profondamente radicata nella tradizione cristiana ma valida universalmente, afferma: «La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde». E ancora: «Non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali». Queste parole conservano una forza sorprendente. Don Milani non denunciava semplicemente un difetto organizzativo, ma metteva in discussione una cultura selettiva che tradiva lo spirito costituzionale. Invitava a guardare i volti concreti dietro i numeri, a interrogarsi sui ragazzi esclusi, su quelli silenziosi, su quelli etichettati troppo in fretta. Oggi il rischio non è solo quello di perdere studenti nel senso tradizionale dell’abbandono scolastico. Esiste una dispersione più sottile, quella emotiva, motivazionale, identitaria. Sono i ragazzi presenti fisicamente ma interiormente assenti. Sono coloro che non trovano spazio per esprimere fragilità, dubbi, paure. Le sfide che noi giovani dell’oggi e del domani ci troviamo ad affrontare sono inedite per intensità e complessità. L’accelerazione tecnologica, l’intelligenza artificiale, la transizione ecologica, la precarietà lavorativa, le tensioni geopolitiche, la crisi delle democrazie, l’iperconnessione digitale e l’isolamento relazionale convivono nello stesso orizzonte. A ciò si aggiunge una crescente fragilità psicologica, alimentata dall’ansia da prestazione, dal confronto costante sui social e dalla paura del futuro. La scuola può ignorare tutto questo? Può limitarsi a trasmettere contenuti disciplinari come se il mondo esterno fosse neutro? Dobbiamo fare nostro sempre più e reciprocamente,  il pensiero che esista una città che non vediamo, la città interiore di noi studenti, fatta di aspettative, pressioni, solitudini, ma anche la città delle disuguaglianze territoriali, delle periferie economiche e culturali, delle famiglie in difficoltà. Educare significa imparare a vedere questa città invisibile. Significa riconoscere che ognuna ed ognuno di noi entra in una classe scolastica o in aula accademica  con una storia che incide sul suo apprendimento. In questo contesto l’ascolto diventa una categoria pedagogica centrale, non come gesto accessorio ma come fondamento. L’empatia non è debolezza educativa, è capacità di comprendere prima di valutare. È disponibilità a sospendere il giudizio per leggere il significato di un comportamento, di un silenzio, di un fallimento. Il rischio di una progressiva impostazione aziendalista della scuola rende questo compito ancora più urgente. Quando il linguaggio educativo si appiattisce su performance, competenze immediatamente spendibili e indicatori di efficienza, si rischia di smarrire la dimensione umana. Preparare al lavoro è necessario, ma ridurre l’educazione a mera preparazione tecnica è pericoloso. La scuola non può diventare una filiale del mercato. Voglio far mia la provocazione di Luigi Tenco in Cara maestra, scritta negli anni Sessanta, evidenziava criticità strutturali, il rischio di una scuola che educa all’adattamento più che al pensiero critico. Quelle tensioni non appartengono solo al passato. Oggi si ripresentano quando viene privilegiata la risposta corretta alla domanda autentica, l’omologazione alla creatività, la ripetizione alla riflessione. Per questo è fondamentale ripensare anche l’educazione civica. Non può essere soltanto una disciplina con un monte ore definito e verifiche programmate, deve diventare spirito trasversale, postura comune di tutte le materie. L’educazione civica è esercizio quotidiano di responsabilità, di dialogo, di discernimento. È imparare a leggere criticamente le informazioni, a comprendere le implicazioni etiche delle scelte scientifiche, a interrogarsi sul lavoro e sulla giustizia sociale. È allenarsi alla partecipazione. Formare cittadini consapevoli significa educare al libero pensiero, non a un pensiero polemico o ideologico, ma a un pensiero capace di analisi, confronto e apertura. In un’epoca segnata da polarizzazioni e semplificazioni la scuola deve essere spazio di complessità abitata, non di risposte prefabbricate. Da giovane universitario sento l’esigenza di evidenziare queste criticità non per contrappormi al mondo adulto, ma per rivendicare un bisogno di ascolto reciproco. Noi non chiediamo una scuola più facile, chiediamo una scuola più trasversale. Sappiamo cosa significa essere valutati soprattutto per la performance, vivere nel confronto costante, misurare il proprio valore attraverso risultati e classifiche implicite. Sappiamo cosa significa abitare un tempo in cui si viene schiacciati dalla molteplicità delle opportunità allo stesso tempo fragili e poco accessibili. Per questo non sento di chiedere indulgenza, ma riconoscimento. Chiediamo di essere considerati interlocutori responsabili, non destinatari passivi. Chiediamo che i grandi temi del presente entrino stabilmente nelle aule e che la nostra città invisibile venga vista, ascoltata, presa sul serio. Rimuovere gli ostacoli oggi significa anche questo, intercettare le nuove forme di esclusione, riattivare l’ascensore sociale, prevenire l’isolamento dei NEET, accompagnare le fragilità psicologiche, aprire spazi di dialogo sui temi globali. Per il mondo dell’educazione la sfida è comune. Non si tratta solo di aggiornare i programmi, ma di rinnovare lo sguardo. La scuola sarà davvero fedele alla Costituzione quando saprà vedere ciò che spesso resta invisibile, quando non perderà nessuno lungo il cammino, quando saprà coniugare competenza e coscienza, sapere e responsabilità. E allora non saremo solo brillanti menti pronte ad espatriare, ma cittadini consapevoli, capaci di abitare il presente ed il futuro con libertà, spirito critico e senso di responsabilità condivisa, pronti a restare.