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Rosario Livatino, martire della giustizia e della fede

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Aveva solo 38 anni Rosario Livatino, il giudice ragazzino, quando fu ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990, lungo la statale tra Caltanissetta e Agrigento.
Giovanni Paolo II lo definì «martire della giustizia ed indirettamente della fede». Rosario era un credente, cresciuto in Azione Cattolica. Tre anni dopo la sua morte il vescovo di Agrigento incaricò Ida Abate, insegnante del giudice, di raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione, che è ancora in corso.

Sin da ragazzo aveva maturato un amore profondo nei confronti della giustizia e della legalità, che lo portò prima a laurearsi in giurisprudenza e poi a intraprendere la carriera in magistratura. Coerente con i suoi valori civili e i principi di fede, Rosario mise in pratica ciò in cui credeva tanto nel lavoro, che nella vita privata. Come uomo delle istituzioni si mise al servizio dello Stato e della comunità.

Nel corso della sua breve, ma intensa esistenza dimostrò grande coraggio e senso del dovere. In una realtà ad alta densità mafiosa e piena di connivenze, Livatino non girò mai la testa. Le sue inchieste svelarono i traffici e gli interessi della mafia agrigentina, la stidda, e la rete di collusioni tra boss, politici e imprenditori. Spesso agì in solitudine, nell'indifferenza della società civile, la complicità tra molti settori dell'economia e della politica e la barbarie criminale che quasi ogni giorno uccideva magistrati e uomini delle forze dell'ordine.

Il suo sacrificio rappresenta una testimonianza esemplare di amore per Dio e per l'uomo. Un esempio positivo per tutti e in particolare per le nuove generazioni, affinchè ognuno traduca le sue convinzioni valoriali e ideali in impegno quotidiano per il bene comune. Scriveva, infatti, Rosario: "quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili".

Matteo Scirè

Scritto mercoledì 21 Settembre 2011, modificato domenica 21 Settembre 2014