Venne ad abitare in mezzo a noi

Riflessioni sul Vangelo della domenica, a cura di don Giuseppe Licciardi

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«E VENNE AD ABITARE IN MEZZO A NOI»
(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)

La Chiesa, in questa seconda domenica dopo il Natale, ci offre la stessa pagina di vangelo del giorno della Natività. Ritengo che sia una scelta veramente saggia, perché abbiamo bisogno di un po’ di silenzio per rimeditare il meraviglioso mistero dell’incomprensibile e straripante amore di Dio che si è calato così profondamente nella nostra umanità tanto da assumerla e farla sua. E volentieri ritorniamo a contemplare il mistero del Natale del Signore, lasciandoci guidare dalla visione grandiosa e mozzafiato di Giovanni. Egli ci riporta al “principio”, prima ancora che il tempo e la storia muovessero i primi passi, quando tutto era presente in maniera piena e traboccante solo nel cuore di Dio, perché tutto ha inizio dal cuore di Dio. A quel principio assoluto, che precede e origina come fonte zampillante il tutto, si collega la nascita di questo Bambino, di Gesù, che viene presentata come il principio di una nuova creazione, capace di consentire ad ogni uomo che viene sulla faccia della terra di poter essere generato come figlio di Dio e portare a compimento il disegno originario del Padre.

Il testo della prima lettura, tratta dal Siracide, allude al desiderio sempre presente nel cuore di Dio di stare vicino agli uomini, anche se la visione del sapiente si limita ad osservare l’agire efficace e discreto di Dio all’interno del suo popolo, di Israele. La sapienza stessa, che è sempre presente davanti a Dio, viene inviata da Dio stesso a porre la sua tenda in mezzo ad Israele e a mettere le sue radici nel cuore del popolo di Dio. Il modo concreto in cui Dio può vivere in mezzo al suo popolo è individuato nell’osservanza della sua legge. Nella misura in cui il popolo di Dio si lascia guidare dalla Sua parola, allora è un popolo saggio che gode della presenza di Dio. In caso contrario diventa stolto e si allontana da Dio. Il rapporto tra l’uomo e Dio appare dialettico. Da una parte c’è Dio che cerca di raggiungere l’uomo e realizzare una comunione profonda con lui, fino a renderlo partecipe della sua stessa natura, e dall’altra c’è l’uomo, che fatica ad accettare questa logica di Dio e reagisce con l’ignoranza ed il rifiuto. Il prologo di Giovanni rivela questo contrasto irriducibile che caratterizza il rapporto tra l’uomo e Dio.

Con un linguaggio ricco di simboli e di immagini, Giovanni descrive il dramma del rapporto di ogni uomo con Dio. Da una parte ci rivela che il Verbo, che da sempre è Dio, e per mezzo del quale ogni cosa è stata creata, alla fine ha compiuto un gesto assurdo per la logica dell’uomo, facendosi carne, ed ha posto la sua dimora in mezzo a noi. Ha di fatto abolito ogni distanza dall’uomo assumendo la natura umana. Così la carne viene inondata dal Verbo, e Dio stesso vive nella fragile realtà di un uomo, rendendo partecipe l’ uomo della sua grandezza e dignità. Tutto è donato da Dio gratuitamente, ma tutto deve passare attraverso la libera accettazione dell’uomo. Da qui il dramma che Giovanni descrive con toni molto forti. La luce risplende in mezzo agli uomini, ma gli uomini non l’accolgono. Ancora più stridente l’altra espressione: Egli venne tra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto. Il Verbo eterno di Dio, che poi è vita e luce viene respinto, viene rifiutato. E questo dramma si consuma giorno dopo giorno nella storia personale di ogni uomo, di ogni credente e di ogni cristiano, nella mia e nella tua.

Ma per fortuna non c’è solo il rifiuto. C’è anche la sorprendente alternativa della accoglienza, che genera effetti straordinari: “A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Questa generazione non è un fatto naturale, non è un processo che avviene in maniera automatica e quasi scontata, ma è frutto dell’apertura del cuore a Dio e dell’accoglienza umile e docile della sua parola in noi, della Parola che si è fatta carne ed ha cominciato ad abitare in mezzo a noi, a camminare nelle nostre strade e trovarsi a tutti gli incroci per incontrarci a farsi incontrare. Anche se non ci racconta la nascita di Gesù a Betlemme, Giovanni ci racconta come ognuno di noi può diventare luogo in cui il Verbo si fa carne e si rende presente. Questa possibilità è donata a tutti, indistintamente. Basta solo la nostra personale disponibilità a Dio che vuole condividere la nostra vita, rendendoci figli nel Figlio. Quello che Gesù ha compiuto una volta per tutte nella storia, si può realizzare nella vita di ogni credente ogni volta che egli lo accoglie e gli consente di vivere in lui. L’Emmanuele è Dio con noi, in noi e per noi.

Per quanto possa essere straordinario e ricco di fascino, questo evento di accogliere Gesù nella nostra vita,  non è tuttavia altrettanto facile. La drammatica lotta tra la luce e le tenebre di cui ci parla il Vangelo è l’esperienza quotidiana che ogni uomo ed ogni credente vive tra il bene ed il male, tra la menzogna e la verità, tra la sincera e coraggiosa testimonianza del Vangelo e la vigliaccheria di vergognarsi del Vangelo, tra il mettere in gioco la propria vita e cercare invece il proprio tornaconto. La presenza del Verbo in mezzo agli uomini, esige che ci siano dei testimoni autentici come Giovanni il Battista. I credenti, ogni vero credente sa di essere l’uomo mandato da Dio, che allora aveva il nome di Giovanni, ma che adesso desidera chiamarsi con il mio nome e col tuo. L’invito è concreto e personale. Occorre che io, che tu, Maria, Piera, Matteo, Giuseppe, Vito, o qualunque è il tuo nome, ci sentiamo direttamente chiamati da Dio e mandati per rendere testimonianza al Verbo di Dio, pieno di grazia e di verità, che vuole venire, oggi ed ogni giorno,  ad abitare in mezzo a noi.

Giuseppe Licciardi (Padre Pino)

 

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