Trash: film vincitore al Festival di Roma

Trash (Gran Bretagna, 2014, 112’)

Trash_01Regia: Stephen Daldry; interpreti: Rickson Tevez (Rafael), Luis Eduardo (Gardo), Gabriel Weinstein (Rato), Frederico (Selton Mello), Padre Julliard (Martin Sheen), Rooney Mara (Olivia); distribuzione: Universal (uscita 27 novembre 2014); età consigliata per la visione: dai 14 anni.

Sinossi
I quattordicenni Rafael e Gardo che smistano rifiuti in una discarica delle favelas di Rio de Janeiro, trovano un portafoglio con il denaro, una foto, un calendario con l’immagine di San Francesco e una chiave. La polizia, guidata dal pericoloso Frederico, offre una lauta ricompensa per recuperare l’oggetto senza dare spiegazioni. I due ragazzi s’insospettiscono e fanno di tutto per nascondersi con l’aiuto del coetaneo Rato. Poi, con l’aiuto di una coppia di missionari americani, l’anziano e disilluso Padre Julliard e la giovane e coraggiosa assistente Olivia, i tre imparano in fretta a distinguere gli amici dai nemici, ricostruendo la storia del misterioso portafoglio in nome della giustizia e della verità. Si sviluppano quindi tanti inseguimenti con vittorie e sconfitte, tra colpi di scena, violenze della polizia e svelamenti progressivi. L’incontro nel cimitero con una ragazzina misteriosa porta il racconto al lieto fine.


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Commento
Alcune critiche mosse al nuovo film dell’autore di una favola di riscatto sociale come Billy Elliot del 2000 (poi a teatro con Billy Elliot the Musical), Trash, vincitore del Premio del Pubblico BNL nella sezione Gala al Festival Internazionale del Film di Roma 2014, presentato in collaborazione con la bella sezione per ragazzi “Alice nella città”, denunciano lo sguardo “straniero” della produzione britannica sulla realtà drammatica delle favelas, ritenuto cioè troppo “anglosassone” dal momento che si rispettano fedelmente i canoni del cinema d’azione hollywoodiano. In effetti il film coniuga perfettamente tante emozioni del pubblico, anche di quello più giovane come si è visto nell’anteprima romana, con tutte le convenzioni stilistiche (inseguimenti, suspense, colpi di scena, apparizioni ecc.) di genere (thriller, avventura, fantasy) e il contesto socioeconomico reale come con il discorso politico contro corruzione e capitalismo.

Il film è stato, allora, associato al “colonialismo commerciale” di un altro regista “ex colonizzatore”, Danny Boyle con il suo acclamato The Millionaire che trionfò in tutto il mondo nel 2008. Ci si dimentica, però, di quel cinema brasiliano contemporaneo, di successo anche ai festival, che usa i canoni del cinema anglo-americano classico per denunciare i problemi più drammatici del Paese volendo comunicare con un mondo dall’immaginario globalizzato da cinema e tv.

Comunque qualche ambiguità è possibile in questo filone recente che proviene dal Brasile e dal Messico, come dall’India o dall’Italia. Ovvero «il film autoctono che vende agli occidentali ricchi bisognosi di fremiti umanitari le tragedie di un’infanzia disperata, quella di tutti i terzi mondo», come ricorda Goffredo Fofi nella sua raccolta di saggi Salvare gli innocenti. Una pedagogia per i tempi di crisi (edizioni la meridiana, Molfetta 2012, p. 97). Proprio sul film di Boyle Fofi nota: «In realtà, The Millionaire è un incontro bipartisan tra un venditore di là e un venditore di qua, un indiano e un inglese, appartenenti alle due specie degli ex colonizzati e degli ex colonizzatori perché il film del regista inglese è tratto da un romanzetto indiano» (p. 98). Per Fofi la sostanza del film sta soprattutto nel “sogno americano” esaltato nella sua espansione pubblicitaria e televisiva: «Le favole moderne hanno di particolare che sono infinitamente più banali di tutte le favole antiche. La progressiva decervellizzazione dei popoli a opera dei più diversi sistemi di potere, tutti però coscienti di avere la loro arma d’influenza più grande nella cosiddetta comunicazione, alias pubblicità, porta l’individuo che è in difficoltà, sia là che qua – i miseri, i poveri, i mezzopoveri, i benestanti, i quasiricchi –, a riversare la sua fede su quella parodia della speranza offertagli dalla televisione che si fa gioco del lotto» (p. 99).

Invece Trash presenta un altro tipo di “sogno”, etico e sociale, tratto com’è dal romanzo in prima persona per lettori young adult dello scrittore inglese Andy Mulligan, che è stato volontario in India e insegnante di teatro in Brasile, Filippine e Vietnam. Come già nel libro, ora pubblicato da Rizzoli, il regista Daldry contamina i temi etici con i generi classici del cinema (favola compresa) ovvero l’idea di giustizia sociale con inseguimenti e suspense, grazie anche ai tre giovanissimi protagonisti sconosciuti, scelti cioè tra migliaia di ‘veri’ ragazzini degli slums brasiliani, ‘adultizzati’ quanto efficaci nel mostrarci realisticamente la condizione delle favelas e dei meninos de rua e qualche speranza dal loro punto di vista “dal basso” (dickensianamente come degli Olivier Twist del Terzo mondo).

Scene ben costruite, dialoghi che non si dimenticano, recitazione perfetta dei non-attori, scenografie realistiche (tra cui una discarica ricostruita perfettamente), fotografia pittorica, montaggio accelerato, musica di qualità: tutti gli elementi cinematografici convergono nel finale che mette insieme emozione favolistica e discorso d’autore (complice il produttore esecutivo, il regista brasiliano di City of God del 2004, Fernando Meirelles).

Trash è stato applaudito in Brasile come una commedia, forse anche per lo slang dei protagonisti, ma il regista ha precisato: “Trash è una favola che parla di amicizia e voglia di giustizia sociale. Non ho l’ambizione di cambiare il mondo o d’influenzare le elezioni politiche in Brasile, ma sono felice di aver dato voce all’ottimismo e alla speranza di chi crede che il futuro possa regalarci qualcosa di buono” (“Avvenire”, 19 ottobre 2014). Intanto, proprio mentre a Roma si concludeva il Festival Internazionale del Film diretto da Marco Müller con il premio per Trash, il Brasile rieleggeva alla presidenza la candidata di sinistra Dilma Rousseff…