Se mi amate osserverete i miei comandamenti

Riflessioni sul Vangelo della domenica, a cura di don Giuseppe Licciardi

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SE MI AMATE OSSERVERETE I MIEI COMANDAMENTI
(At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21)

            Le notizie che ci arrivano da tante zone del mondo ci fanno pensare che una parte dell’umanità sia precipitata indietro nella storia, tanto da non consentire la libertà di pensiero e di religione e condannare alla pena capitale chi invoca il nome di Gesù, oppure professa una fede diversa da quella del regime. La colpa di blasfemia è senza dubbio una delle più gratuite ed irrazionali, perché basta che uno affermi di sentirsi offeso nei suoi sentimenti religiosi – quelli condivisi dal potere – per sentirsi piombare addosso l’accusa di bestemmia, che può essere tolta solo a condizione che si cambi idea, cioè che si abiuri la propria fede. Come viene giustamente affermato da tante parti, e come tante volte ha fatto notare Papa Francesco, il nostro tempo sta conoscendo una nuova era di martiri, il cui numero supera le cifre che ci vengono date delle più furiose persecuzioni dei primi secoli. Di fronte ad una società che naviga il vasto oceano della indifferenza o che non accetta più nessuna verità, che si proponga come tale, ci fanno riflettere le migliaia di persone che osano impegnare la propria vita per una fede religiosa e per una verità che da senso e ragione alla loro esistenza, anche a costo della persecuzione, della  perdita dei beni, della  libertà personale, e persino della  vita.

            Cos’è che consente a tutte queste persone di vivere costantemente a rischio della propria vita, senza tuttavia tirarsi indietro? La parola di Gesù, che ascoltiamo nella pagina di Vangelo di questa domenica ci aiuta un po’ a capire. Il discorso che Gesù sta facendo è collocato ancora nel cenacolo, nella prospettiva del dono di sé che Gesù sta per compiere e del quale ha appena dato una anticipazione, offrendo il pane ed il vino come suo corpo e suo sangue. La prospettiva è quella dell’amore, dell’amore più grande che non esita a dare la vita per coloro che ama. Ed è questo genere di amore che Gesù sta insegnando ai suoi discepoli, un amore che viene dato e che può essere accolto, un amore che non è una emozione passeggera, ma un dono che riceviamo in permanenza e che ci consente di vivere all’altezza della vita stessa di Gesù. Le Sue parole sono promesse ed i discepoli hanno imparato che Gesù non parla invano, ma mantiene le sue promesse perché Egli è fedele, non solo, ma perché, come abbiamo ascoltato la scorsa domenica, Egli è la Verità che non può mai ingannare. Cosa promette Gesù? Il Consolatore, il Paraclito.

            «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito». Chi è questo Paraclito di cui parla Gesù? Anzitutto diciamo che la parola significa “colui che ti sta a fianco, che sta dalla tua parte, che prende le tue difese, che garantisce per te, che ti da fiducia”. Inoltre notiamo che Gesù parla di “un altro” Paraclito, perché il primo Paraclito, Colui che si è messo al nostro fianco, che ha voluto condividere senza sconti il nostro cammino, che prende le nostre difese, pronto a pagare per noi, è proprio Lui, Gesù. La promessa di questo Paraclito è legata immediatamente ad una solenne ed impegnativa affermazione, che ci viene a dare la misura del nostro impegno con Gesù: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”: l’osservanza dei comandamenti non è una catena che ti tiene prigioniero di una legge, ma è il segno visibile dell’amore che tu nutri per Gesù e per il Padre. Per Gesù era l’espressione spontanea e naturale del suo amore e del suo legame di piena comunione con il Padre. Lo stesso criterio vale per il discepolo. Se l’osservanza dei comandamenti non è dettata dall’amore e non è vissuta come espressione di amore, non ti serve a niente e non ti mette in comunione con Dio e con Gesù. Perché tutto sta qui. Vediamo più da vicino.

            Parlando del Paraclito, che poi chiama anche Spirito di verità, Gesù insiste sul fatto che Egli rimane con noi sempre ed è in noi, perché è grazie allo Spirito che noi possiamo affrontare il cammino duro e difficile della coerenza col vangelo; è grazie allo Spirito che veniamo guidati tra le menzogne, le illusioni e le distorsioni del mondo senza lasciarcene intrappolare. Ma tutto questo esige che rimaniamo ancorati saldamente all’amore di Gesù, e non abbiamo altro mezzo se non accogliendo ed osservando i suoi comandamenti. Sono essi che illuminano il nostro sguardo e rendono puro il nostro cuore, rendendoci capaci di scoprire il mondo meraviglioso nel quale siamo immersi. Vengono le vertigini a pensare il mistero che Gesù ci sta svelando con queste parole, e che ora chiamiamo con il temine di “inabitazione di Dio Trinità in noi”. Il giorno in cui i discepoli riceveranno lo Spirito Santo sarà un giorno luminoso di rivelazione. Gesù dice infatti: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Mistero di comunione, di inabitazione, ma anche mistero di testimonianza di vita che giunge fino al martirio.

            Ecco perché Pietro e Giovanni si affrettano ad andare nella Samaria ed imporre le mani sui nuovi credenti, in modo che essi ricevano lo Spirito Santo, che li abilita a diventare testimoni credibili di Gesù e del suo vangelo. Ecco perché Pietro incoraggia i credenti a vivere una “buona condotta in Cristo”, adorandolo nei loro cuori e tenendosi  “sempre pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro”, anche a costo di sofferenze e di persecuzioni. La presenza del Paraclito è per noi una garanzia, ma che esige una capacità di ascolto straordinaria, che si va affinando a mano a mano che la nostra vita si lascia plasmare da questa presenza di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo che ci inabita e desidera manifestarsi in noi ed attraverso di noi. La presenza di Dio in noi è una presenza dinamica che ci trasforma e tende a renderci trasparenti, in modo da permettere a Dio di agire, pensare ed amare in noi, con noi e per mezzo di noi.

 Giuseppe Licciardi (P. Pino)

 

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