Sale e luce del mondo

«VOI SIETE SALE DELLA TERRA E LUCE DEL MONDO»
(Is 58, 7-10; Dal Salmo 111; 1 Cor 2, 1-5; Mt 5, 13-16)

Gesù ha appena finito di proclamare il grandioso quanto sconvolgente discorso delle beatitudini e questo brano del vangelo di Matteo sembra sia come un un prolungamento di esse, in quanto ci dice che il discepolo che vive secondo lo spirito delle beatitudini diventa di per se stesso sale della terra e luce del mondo. Sale e luce sono due elementi necessari per la vita dell’uomo tanto che sono entrati anche nei discorsi di carattere sapienziale e sono diventati come il simbolo di amicizia, di sapienza, di familiarità, di condivisione, di purificazione, di risanamento, di preservazione dalla corruzione, di benevolenza, di gioia, di verità e di amore. Una delle forme con cui si stabiliva un patto di alleanza e di relazioni pacifiche tra due clan era il gesto di mangiare del sale da parte dei capi, per indicare che l’alleanza sarebbe stata osservata fedelmente e si sarebbe mantenuta integra, incorrotta. Del sale non si parla molto nel Vangelo, ma non ci può sfuggire una frase pronunciata da Gesù che dice: «abbiate sale in voi stessi», seguita dalla raccomandazione: «… e vivete in pace gli uni con gli altri» (Mc 9, 50-51). Quindi il sale ci parla anche di capacità di discernimento, di sapere trovare la giusta misura di linguaggio e di azione in modo da mantenere la pace fraterna. Sale è ciò che da gusto alla vita.
Riguardo alla luce non abbiamo bisogno di cercare molto, se pensiamo che fin dal primo istante che iniziò l’opera della creazione ci fu la luce, che indica la presenza e l’azione stessa di Dio che si rivela ed opera con potenza e saggezza. Dio è colui che abita una luce inaccessibile e fin dai primi tempi la luce è stata considerata come una proprietà di Dio che la trasmette e la dona agli uomini. “Camminare nella luce di Dio” significa poi condurre un genere di comportamento che in qualche modo rispecchia la bontà stessa di Dio, significa lasciarsi guidare da Dio stesso, dai suoi insegnamenti e dalla sua parola. Il credente è lieto di poter dire a Dio: “luce ai miei passi è la tua parola, o Signore”. Quando Gesù chiede ai suoi discepoli di essere “luce del mondo” non pronuncia una frase ad effetto, ma indica una condizione indispensabile per essere suoi discepoli. O essi realmente sono luce, e quindi la loro presenza, la loro vita diventa significativa per tutti, o non sono suoi discepoli. Già il profeta Isaia provvede a situare in un contesto di concretezza e di vita quotidiana cosa significa essere luce. E lo fa con una maestria straordinaria, mostrandoci attraverso i fatti in che modo si può e si deve essere luce per gli altri. E la luce, se c’è, si vede.
Il profeta sta parlando in nome di Dio e cerca di fare comprendere come il digiuno non è un gesto fine a se stesso, una osservanza puramente rituale, per cui una persona per un determinato tempo si astiene dal mangiare. Il digiuno vero, quello voluto da Dio, ha un valore profondamente sociale, e serve per aiutarmi a vivere in comunione e solidarietà con gli altri, serve a farmi uscire da me stesso e mettermi in collegamento con gli altri, in modo particolare con i poveri, gli ultimi, gli esclusi. Con il mio gesto, li faccio sentire parte della comunità che li riconosce e li accoglie attraverso la mia persona. Possiamo ascoltare le illuminanti parole del profeta Isaia che ci spiega in modo appassionato che per essere luce basta “introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti”. E conclude: «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce». Non ci sono scappatoie. Questo è essere luce.
Credo che non ci sia un modo più efficace di illustrare la parola di Gesù, che è in piena sintonia con il profeta Isaia. Anche il salmista si pone nella stessa lunghezza d’onda quando ci ricorda che la luce risplende allor che l’uomo retto, si mostra misericordioso, pietoso e giusto, per il fatto che “presta senza interesse, amministra con giustizia i suoi beni e dona con larghezza ai poveri”. Ancora una volta l’amore verso il povero ed il bisognoso viene visto come luce che illumina la vita degli altri che sembra precipitare nelle tenebre. Ogni gesto di amore è come una fiammella che si accende e rende possibile potersi vedere gli uni gli altri e riconoscersi come figli di Dio e fratelli. Un sorriso, un gesto di gentilezza, una parola di incoraggiamento e di sostegno fanno accendere come una luce nel volto della persona, che, almeno per un poco, esce dalle tenebre della sua solitudine e sofferenza. Non occorrono gesti grandiosi, che per forza devono colpire l’opinione pubblica, ma semplici gesti quotidiani, alla portata di tutti, che richiedono solo un po’ si sensibilità, di delicatezza, di attenzione verso l’altro. Questo vale sia fuori sia all’interno della famiglia.
In entrambe le immagini che Gesù usa per indicare i suoi veri discepoli, notiamo come, dopo aver enunciato l’identità del discepolo, definendolo come sale e luce, Gesù si ferma a mettere in guardia sia dal pericolo di diventare insipidi, sia da quello di non riuscire a fare luce, perché si rimane nascosti. Nell’un caso e nell’altro si rinnega la propria identità, ci si confonde con la massa, si rende vana e insignificante la parola di vita. Il sale di per sé non può perdere il sapore, così è colui che rimane perfettamente unito a Gesù, che è Luce del mondo, e alla sua parola. Ma se si mescola con altre sostanze, allora si adultera, si corrompe. Così avviene se adottiamo la mentalità e i criteri morali di questo mondo per uniformarci agli uomini, rinnegando la verità che viene da Dio. La luce è fatta per far vedere, quindi deve essere collocata in un posto visibile, non nascosta o camuffata. Gesù ci invita a non limitarci a dire belle parole, perché esige che la nostra luce, cioè le opere autentiche dell’amore, risplendano davanti agli uomini, perché essi vedano e rendano gloria a Dio, in quanto potranno riuscire a comprendere che da Dio, e da coloro che gli appartengono, viene solo e sempre il bene, per la vita del mondo.
D. Giuseppe Licciardi