Io sono il pane vivo disceso dal cielo

Riflessioni sul Vangelo della domenica, a cura di don Giuseppe Licciardi

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«IO SONO IL PANE VIVO DISCESO DAL CIELO»
(1Re 19, 4-8; Sal 33/34 2-9; Ef 4, 30-5, 2; Gv 6, 41-51)

La storia del profeta Elia è certamente una delle più emozionanti e drammatiche che noi leggiamo nella Sacra Scrittura. Un profeta che è perseguitato proprio perché autentico profeta di Dio. Un uomo, il cui scopo nella vita è stato esclusivamente quello di proclamare la signoria assoluta di Dio e la sua unicità. Un ardente e appassionato uomo di Dio, che deve continuamente fuggire perché la sua vita è minacciata cdall’odio della regina Gezabele e del re Achab. Nella sua vita da fuggiasco egli sperimenta in maniera molto forte e profonda la potenza e la tenerezza materna di Dio che si prende cura di lui, che sta sempre al suo fianco, che gli procura i mezzi di asilo e di sussistenza, anche in maniera straordinaria. Ma non lo esonera dalla prove, dalla persecuzione, dall’angoscia e dal vivere con consapevolezza la sua vita di uomo e di profeta. L’episodio che ascoltiamo oggi, oltre ad essere un momento toccante della vita di Elia, acquista un valore aggiunto in rapporto all’Eucaristia, il mistero del pane disceso dal cielo che diventa l’alimento vitale per l’uomo credente in cammino verso la patria.

Elia è stanco di fuggire di fronte all’ira di Gezabele, la sanguinaria regina che aveva introdotto in maniera massiccia e violenta il culto degli idoli, eliminando dal territorio di Israele tutti i profeti e i ministri del culto del Dio vivente, di Jahvé. Elia è l’unico vero profeta rimasto a tenere viva la fiamma della fede originaria dei patriarchi, che gli Israeliti, per comodità, per vigliaccheria, per paura di ritorsioni o per disinteresse avevano abbandonato. Nonostante la sua forte tempra, Elia è scoraggiato, avvilito e ormai stanco di vivere e chiede al Signore di prenderlo con sé, perché la sua vita gli appariva un fallimento. Il Signore lo lascia sfogare, gli lascia dire la sua profonda amarezza e conforta la sua stanchezza con un sonno ristoratore. Il mattino successivo il profeta si sveglia e trova accanto a sé il necessario per sopravvivere: una brocca d’acqua e una focaccia cotta sulla pietra rovente. Egli mangia, beve e si riaddormenta per la grande stanchezza. È un modo di agire con cui Dio sta restaurando le sue forze fisiche e sta sanando le sue ferite emotive, morali e spirituali.

Al risveglio dal lungo sonno, Elia è una nuova persona. Il Signore lo ha risanato e rinvigorito. Quindi lo mette dinanzi al suo compito: «Alzati, mangia, perché troppo lungo per te è il cammino». Con molta sobrietà il testo dice che Elia fece esattamente quel che il Signore gli aveva chiesto. Il cibo datogli da Dio gli diede nuovo vigore, tanto che poté rimettersi subito in cammino. Non solo. Ma «con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb». Il linguaggio è altamente simbolico, pur prendendo il via da una situazione concreta che diventa tipica: il cammino, il numero dei giorni, il monte di Dio. Il cammino indica l’esistenza dell’uomo nella sua varietà e quotidianità, dato acquisito nella mentalità biblica. Lo stesso dicasi per il numero quaranta che racchiude la totalità della nostra esistenza, qualunque sia il numero degli anni. Ed infine, il monte di Dio, simboleggia la patria definitiva, il nostro termine di approdo, dove la nostra speranza prenderà corpo e raggiungerà il suo compimento nell’incontro esaltante e beatificante con Dio.

Questa pagina, accostata alla breve porzione del discorso di Gesù sul pane della vita, fa da sfondo interpretativo del testo. Il discorso di Gesù si va snodando, girando a forma ellittica, nei suoi vari piani di lettura, che si integrano, si illuminano e si arricchiscono tra loro. Non si può fare una lettura a senso unico, trascurando gli altri sensi e significati che sono chiaramente espressi nel linguaggio di Gesù. Il pane è riferito anzitutto alla fede che alimenta e sostiene la nostra vita. Ripetutamente Gesù mette in evidenza la necessaria condizione di partenza: “chi crede ha la vita eterna”. Ma l’oggetto immediato di questo credere è la persona stessa di Gesù: “chi crede in me…”. Egli non è soltanto il figlio di Maria o del falegname di Nazareth, come la gente si ostina ad affermare, ma Egli è il Figlio che il Padre ha mandato, il pane che da la vita eterna. Egli è la bevanda di vita che disseta per sempre. Infine, la persona di Gesù, nella sua realtà e concretezza, si fa nostro cibo e nostra bevanda, e noi riceviamo il suo corpo ed il suo sangue, nel sacramento dell’Eucaristia.

Questi tre livelli di lettura devono essere sempre tenuti presenti e collegati l’uno con l’altro. La fede è l’elemento base che stabilisce e rende vivo, vero ed operante il nostro rapporto con il Signore Gesù. Invano i Giudei cercano di inchiodare Gesù nella sua identità sociale, per negargli una autorità superiore: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo?” Gesù reagisce con energia a queste insinuazioni. Infatti è solo a partire dalla fede che Gesù viene vissuto come il senso, la ragione, la forza, la speranza, la gioia piena della nostra esistenza quotidiana, colui che viene a colmare la fame e la sete ardente del nostro cuore e del nostro spirito: «Chi crede ha la vita eterna!». Il mangiare e il bere, quali esigenze vitali della nostra esistenza umana, diventano il frasario per indicare tutto ciò che è necessario, di cui non possiamo assolutamente fare a meno nella nostra vita. Gesù si presenta come il necessario, palpito del nostro cuore, anima della nostra anima, soffio del nostro respiro.

L’ultima frase di questa pagina innesca il collegamento con quanto Giovanni già ben conosce, per cui quello che Gesù sta affermando, rispecchia la prassi viva della Chiesa nascente ed è, per conseguenza, la prassi viva della Chiesa di sempre: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Qui la parola di Gesù acquista un significato universale: questa carne che egli darà, e che è il suo corpo, la sua persona reale, è data per il mondo. Ogni uomo quindi ha un suo misterioso e inevitabile rapporto con il Cristo. Non c’è rifiuto che possa cambiare di fatto questo legame con la persona di Gesù, anche se ne può impedire l’efficacia personale. Non c’è “sbattesimo”, che possa cancellare e rendere nullo quello che Dio stesso ha compiuto: “Il Padre mio vi dà questo pane”, e che Gesù ha accettato pienamente e liberamente. «Io sono il pane vivo disceso dal cielo». Il nostro vivere, il nostro respirare, il nostro soffrire, il nostro amare, il nostro pensare e il nostro operare è indissolubilmente legato a Lui, perché Egli si è legato una volta per tutte e per sempre e in diversi modi a noi. Che lo vogliamo o meno.

Giuseppe Licciardi (P. Pino)

 

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