Il Figlio dell’uomo

Riflessioni sul Vangelo della domenica, a cura di don Gino Giuffré e don Francesco Machì

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Il Figlio dell’uomo

IV Domenica di Quaresima – Anno B
Vangelo di Giovanni 3,14-21

In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.  E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Dopo domenica scorsa, ancora una volta è l’evangelista Giovanni ad accompagnarci nel nostro cammino quaresimale di conversione. Siamo quasi giunti alla méta e la liturgia ci fa intravvedere la croce, come destino ultimo di Gesù, ma  anche della Chiesa stessa e di tutti noi. Essa quasi ci sbarra la strada e ci chiede non più la conoscenza del mistero della sofferenza e della croce, ma una seria e radicale adesione. Come per i membri del  popolo di Israele, morso dai serpenti velenosi nel deserto, Mosè offrì la possibilità di salvezza tramite la vista di un serpente di rame, così l’uomo che riesce a sollevare il capo e guardare in alto, Dio nel suo Figlio offre una alternativa. La scelta di uno sguardo, di un incontro, di una opportunità, che cambia la vita e dà senso.

Il figlio di Dio, sarà innalzato sulla croce  nel deserto del mondo, nel cuore delle città desertificate dagli egoismi, della noncuranza, del disinteresse  e potrà diventare segno di salvezza per tutti coloro che liberamente si affideranno a Lui, per tutti coloro che  aspirano continuare a vivere malgrado siano stati morsi dal veleno di scelte errate. Come il popolo di Israele dunque siamo chiamati a levare gli occhi e posarli direttamente sul mistero della croce del Signore che è mistero di sofferenza, di sacrificio, di immolazione.

Singolarmente e come comunità siamo invitati a fare un bilancio del nostro tragitto e chiederci in che misura l’uomo della croce fa parte del nostro «sguardo», oppure preferiamo attribuire a Dio quelle che sono le nostre responsabilità. Come Chiesa dobbiamo poterci chiedere: «Nelle nostre azioni, lo sfondo è quello della luce, cioè della verità, oppure volgiamo lo sguardo altrove?»

Lo sguardo dell’uomo della croce è più arroventato e severo di quello del serpente di rame, quindi: «le nostre celebrazioni, le nostre catechesi, aiutano a mettere al centro lo sguardo di Lui oppure facilitiamo girando a largo dalla strada della croce preferendo vie parallele che non portano al cuore dell’uomo bensì a forme vuote e tiepide di coinvolgimento?»

La croce di Cristo, che ci piaccia a no, è piantata e lo resta ancora nel cuore della terra, essa è il punto di attraversamento di ogni storia e di ogni tempo, snodo fondamentale di presa in carico di ogni fragilità, di ogni limite , di ogni sofferenza del fratello, ed esige da noi generosa accoglienza ed audace empatia.

Non ci viene chiesto infatti di essere infallibili, ma di vivere la nostra e l’altrui debolezza come luogo di incontro e di apertura a Dio e all’altro, bisognoso come me di trovare quel cammino verso il Padre che Gesù con il suo sacrificio ci ha tracciato.

Come si misura la qualità della nostra celebrazione eucaristica domenicale? Come possiamo renderla più vera? Forse liberando mente e cuore da divisioni e da rancori, imparando a perdonare, facendo costantemente «memoria» di  quell’amore che perfino nella oscurità del nostro dubbio può tramutarsi in luce.  Non dobbiamo vergognarci della nostra pochezza, lasciamo semmai che la croce di Cristo rimanga ben interrata e stabile nei raccordi delle nostre storie, perché il Figlio non è venuto per giudicare, ma per offrire salvezza; così dinnanzi a tanto amore impariamo ad azzerare ogni riflessione ed ogni pensiero, e sentire nel silenzio ricomporsi la sua immagine in noi, e capire che nel volto tumefatto e dolorante del Crocifisso si ribalta la logica della vita che non conosce più la morte, perché in Lui c’è l’inaspettato capovolgimento: il miracolo dell’amore tramuta la croce in risurrezione, l’albero del giardino dell’Eden da maledizione in benedizione.

Indichiamo, senza riserve l’albero della vita del Cristo, non abbiamo più bisogno di guardare al serpente di rame, poiché «chiunque crede in Lui ha la vita eterna».

Don Francesco Machì

 

 

 

 

 

 

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