Gesù non è mandato per i soli Giudei.

Riflessioni sul Vangelo della domenica, a cura di don Gino Giuffré e don Francesco Machì

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Gesù non è mandato per i soli Giudei

IV domenica del Tempo ordinario – Anno C

Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

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La reazione della gente nella sinagoga di Nazareth dove Gesù si alza a leggere e a commentare brevemente il passo di Isaia 61, è duplice: in un primo momento di ammirazione e di compiacimento, ma poi subito di discredito e di pregiudizio; «Non è il figlio di Giuseppe?».

Ma perché rimangono scandalizzati?  Non solo perché conoscono lui e la sua famiglia, e non accettano di accogliere ” gli altri”, ma soprattutto perché sentono Gesù omettere il versetto 2b di Isaia 61 che dice: per  proclamare un anno di grazia del Signore e « il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti». Quindi la gente di Nazareth contesta questa omissione, forse perché speravano in una vendetta di Dio contro gli oppressori del popolo.

Quella invece  proposta da Gesù è un immagine diversa di Dio, non un Dio severo e vendicativo, bensì un Padre amoroso, che accoglie gli esclusi, in particolare anche gli stranieri, che venivano chiamati  pagani poiché non erano compresi nel clan della comunità di Israele. La citazione degli esempi della vedova e di Naam , dicono difatti tutta la preoccupazione di Luca che vuole mostrare come Gesù sia venuto per ogni uomo che lo cerca con cuore sincero.

Ecco allora la reazione: «chi è lui per insegnarci? Lui non è come noi? Che ne sa in più di noi?» e  «lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio»

L’evangelista ci sta ribadendo quanto sia difficile superare la mentalità del privilegio e della chiusura verso gli altri. Quando ci  sembra che non abbiamo bisogno delle parole di Gesù, quando andiamo oltre perché le sue parole ci scomodano nelle nostre sicurezze, quando le sue parole non diventano feriali nella nostra storia, rischiamo anche noi di condurre Gesù fin nel precipizio della nostra indifferenza.

Ma Gesù sapeva, come per gli antichi profeti, che la sua missione non sarebbe stata facile.  Geremia ( nella prima lettura), si fa  interprete dei sentimenti di sconforto e di solitudine del profeta, ma nello stesso tempo testimonia una certezza: Dio sarebbe stato sempre con lui e avrebbe posto le sue parole proprio sulle sua labbra. Ricordiamo che nella sinagoga Gesù afferma che in Lui si è adempiuta la profezia. Quindi nella persona di Gesù, opera Dio.

Come dice il filosofo tedesco Gunther Anders: «si diventa come si parla» , con un invito cioè a pesare le parole e ad essere coerenti, ma aggiunge: «dobbiamo avere il sentimento della nostalgia, del dolore del ritorno; esso è un sentimento che dobbiamo coltivare se vogliamo liberarci dai conformismi e dai facili torpori che instupidiscono quelli che presumono di essere arrivati»;  in fondo la vera nostalgia da provare é quella di ritrovare noi stessi, la parte più umana e quindi più vera di noi, senza costrutti e costruzioni posticce.

Questo lo dico, non perché penso di avere tanta fede, anzi sono consapevole di averne pochissima, ma proprio per questo, so riconoscere quando di  fede non ce né. Ricordiamoci che il modo migliore per essere fedeli al Vangelo e per farlo conoscere, rimane sempre la nostra conversione.

Don Francesco Machì

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«Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Lc 4,22.)

Abbiamo ascoltato domenica scorsa la prima parte del racconto che Luca fa di Gesù nella sinagoga. E come gli occhi di tutti i presenti del tempo nella sinagoga, anche i nostri si sono posati su di Lui: Verbo incarnato, Parola fatta carne, Dio che visita il suo popolo, speranza per quest’umanità affaticata e oppressa.

“Oggi – continua a ripetere Gesù – si è compiuta questa parola che avete ascoltato”. Dio non dimentica mai, le sue promesse e porta tutto a compimento: “Conosce” le sofferenze del Suo popolo, “vede” le sue sofferenze, “ascolta” il suo grido e “scende” per liberarlo da ogni schiavitù.

«Tutti gli (a Gesù) davano testimonianza ed erano meravigliati!», credono, ma fino a un certo punto; si fidano, ma non completamente; credono, ma non hanno il coraggio di andare oltre le apparenze; manca loro la forza di osare fino in fondo, manca la fede! E le loro speranze di rinascita s’infrangono nella loro incredulità, il loro sogno di un mondo più giusto si frantuma nelle loro paure.

«Si alzarono e lo cacciarono fuori dalla città» (Lc 4,29a.)

Lo condussero sul ciglio del monte per gettarlo giù. Finisce l’incanto di chi era in ascolto e si scatena l’ira di chi non vuole passare dall’ascolto alla vita. La fede esige cambiamento, impegno, sforzo! Fede è rivedere le proprie convinzioni, lasciare il vecchio per aprirsi al nuovo.

Fede non è cercare miracoli o facili entusiasmi e non è nemmeno “piegare” Dio ai propri bisogni o convincimenti. Fede è cercare Dio per lasciarsi cambiare da Lui.

«Allora lo condussero sul ciglio del monte per gettarlo giù». (Lc 4,29b.)

Fermiamo il Dio che vuole scombinare tutti i nostri piani, le nostre certezze. “E’ bene che uno muoia”, avranno pensato anche loro, ma nessuno può decidere l’ “ora” che Dio ha stabilito; così come nessuno può fermare il piano di Dio. «Gesù passando in mezzo a loro si mise in cammino». Gesù passa oltre la folla impazzita e va per altre strade; continua il suo annuncio di novità e di vita buona. Il Figlio di Dio continua la sua ricerca di donne e uomini disposti ad accogliere la Sua Parola e soprattutto a vivere in Lui.

Don Gino Giuffrè

 

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