Il viaggio nel quotidiano come metafora dell’esperienza psicanalitica

IL VIAGGIO  NEL QUOTIDIANO  COME METAFORA DELL’ESPERIENZA PSICANALITICA

di Anastasio Ferrari

  1. Nota esplicativa

L’Autore parte da una posizione di fede cristiana, interdisciplinare e rigorosamente autodidatta (dice per correre meno il rischio di far svanire/diluire  “l’oggetto del sapere” che non può essere ascritto nelle loro epistemologie ai soli sistematizzazione e linguaggio).  Da questo  osservatorio, che ritiene  privilegiato,  non  ha  volutamente  la pretesa di rendere  esaustiva l’articolazione  del suo lavoro che ha  bisogno di fatto  di apporti  integrativi/esplicativi  di  diverse e parallele discipline.

Tuttavia partendo da una posizione culturale personale e specifica (psicanalisi nella concezione freudiana)  si pone, in modo provocatorio, sia sul versante della ricerca antropologica correlata alle leggi positive della natura (e di cui la psicanalisi può essere un assunto basilare) e sia sul  versante del contenuto  teologico, quanto ad ermeneutica ed esegesi, della Parola di Dio (Sacra Scrittura e Tradizione). In  definitiva  cerca di creare dei ponti  e dei collegamenti, nonché ove possibile delle suture, tra la antropologia (e le scienze che la sostanziano) e le religioni, specificatamente quella cristiana.

Sullo sfondo del lavoro e della sua elaborazione c’è sempre sotteso, ed in modo pervasivo, sia la constatazione di S.  Paolo sull’uomo  “nato sotto  alla  legge”  (Lettera  ai  Romani) e sia  l’acquisizione del  Concilio Vaticano II sulla “legittima autonomia  delle realtà  terrene”  (Costituzione pastorale  “Gaudium et  spes” sulla Chiesa nel mondo contemporaneo).  In più  la nuova antropologia (la ”nuova creatura” delle Lettere di S. Paolo) è imprescindibile, nella convinzione dell’autore, dall’invito pressante dello stesso Paolo (uomo di un sapere universale per via delle sue tre culture ebraica, ellenista e romana) sull’apporto  personale di  impegno  volitivo, critico  e propositivo  (si  direbbe  dinamico  e dialettico)  quale costante di liberazione e salvezza anche umana (Atti  Apostoli:  “voi sapete che alle mie necessità… hanno provveduto queste mie mani”; Corinzi: “mi sono fatto  tutto  a tutti”; Colossesi: “completo nel mio corpo ciò che manca dei patimenti di Cristo”).

Il sapere  che emerge dal lavoro in questione spinge, nella sua voluta provocazione, il lettore ad una serie di considerazioni/riflessioni nonché domande quali veri snodi dell’orizzonte culturale attuale anche cristiano:

  1. Il sapere antropologico (non fondato su fenomeni  statisticamente  convalidanti) può essere ascritto con le sue epistemologie, a buon diritto, nel più vasto sapere scientifico?
  2. Cosa si può o deve intendere per sapere scientifico in ordine alla ”individuazione” di una autentica “legge positiva” conforme al progetto di Dio Creatore?
  3. La teologia (e dunque la filosofia/metafisica) deve necessariamente essere interpellata dal sapere scientifico quanto alla messa in essere e al consolidamento, per esempio:
  • del rapporto tra etica e mistica?
  • Delle prassi educativa/formativa, nonché di pastoralità ecclesiali in ordine alle evangelizzazione/inculturazione (si richiamano le dimensioni della  libertà, coscienza e responsabilità in tutte le loro condizioni implicanti anche reciproche)?
  • Di nuove vie del linguaggio e della temporalità (per quest’ultima tensione esclusiva verso l’escatologia o piuttosto verso il privilegiare della creazione)?
  1. Qual è la demarcazione, pur  labile  e  mai  completamente  esperibile,  trasversale alla scienza antropologica  se quest’ultima da un lato deve  rimanere ascritta nell’ambito della natura (come   portato    e metodo terapeutico/strumento di liberazione umana), ma dall’altro delinea la sua pretesa/rischio di essere contestualmente un sapere globalizzante ed interpretativo  della storia e del “cammino di salvezza” immanente e trascendente? (Si esemplifica la “deriva” della tecnica che ha acquisito/conquistato un ruolo onnipotente correlato ad un invasivo consumismo).

Per finire non si può sottacere l’invito, sotteso nel lavoro dell’autore, ad esplicitare, come dimensione umana permanente e rilevante, l’esperienza onirica e il ricco patrimonio della sapienza popolare (i cosiddetti  “modi di dire”/proverbi).

  1. Introduzione

Intitolo  questo mio lavoro “Il viaggio nel quotidiano come metafora dell’esperienza psicanalitica” che poi, come vedremo, si traduce nel viaggio verso l’ “altra  scena”. Lo scenario di fondo è appunto  il quotidiano  con tutte  le sue problematiche personali e sociali, a volte anche serie o tragiche e a cui nemmeno le comunità ecclesiali vanno esenti.

Mi aiutano in questo lavoro non solo i miei studi teorici interdisciplinari, ma soprattutto una lunga pratica personale di osservazione ed analisi, anche in relazione all’esperienza onirica quale strada maestra per l’inconscio.

E’ sempre urgente peraltro veicolare, lo dico per inciso, la cultura tra la gente, nelle strade sfidando con coraggio e perseveranza luoghi comuni, pregiudizi, nonché indebite esemplificazione e riduzionismi.

La nostra è un’epoca di grandi  dubbi  ed  incertezze perché  ci chiama  a scelte nuove. Limitarsi a correggere gli schemi dominanti non porta  lontano. Il mondo è diventato  piccolo, la prossimità di  tutti  a tutti  richiede   nuove  ed  originali  modalità  di vita.  Per questo  è  urgente accettare di rimettersi totalmente in gioco, senza dare nulla per scontato. Da situazioni prevedibili non scaturisce  un’autentica   novità   e   anche  sul  versante   del   confronto   con  la modernità/postmodernità.  Il nuovo  non  nasce dal vecchio se quest’ultimo  non  sa macerarsi e morire per dare vita. La necessità di quello che le religioni chiamano “conversione” o “metanoia” è più che mai un dato antropologico fondamentale. C’è appunto una dimensione “altra” (altra scena) che resta sempre problematica, mai totalmente  componibile e che si pone perciò come limite a qualsiasi totalizzazione.

Il cardinale  Lustiger , allora arcivescovo di  Parigi,  rilasciando  un’intervista   ad  un  quotidiano francese,  ha compiuto  un  bilancio del ‘900; ha affermato  che il  merito  di quel secolo  è  di  aver  preso  coscienza della  profondità  del  male,  ma anche  della  grandezza  e dell’urgenza della salvezza. Approfondendo le  sue affermazioni  ha  poi detto  testualmente:  “gli uomini del secolo passato hanno sondato gli abissi infernali del cuore umano a rischio di perdere la speranza, ma così hanno potuto scoprire che l’amore è più forte della morte”.

In questo contesto vanno collocati anche tutti i tentativi di trovare soluzioni nel rapporto tra scienza e fede. Il filosofo Antiseri ha affermato, in un articolo per un quotidiano nazionale, che non pensa che la scienza possa scalzare la fede religiosa  e che non si può parlare di conflitto tra scienza e fede. Continuando affermava che non è la scienza, ma lo scientismo che contraddice la fede e viene messo in  essere quando  la scienza vuol diventare indebitamente una visione del mondo. La scienza in sé dunque non è necessariamente nemica  della fede. Antiseri conclude affermando “anche nella mia esperienza personale sono quotidianamente in contatto con scienziati di diversa provenienza, ma tutti  consapevoli che anche nell’approccio scientifico si fa un atto di fede, che la scelta non si compie esclusivamente in base a motivazioni razionali”.

Non intendo parlare solo delle scienze naturali o esatte, ma anche di quelle umane come la psicologia e sociologia.

Mi preme dire che l’approccio umano alla scienza nel rapporto col credo religioso non  è scevro di implicazioni problematiche e di rischi di riduzionismi e questo anche a riguardo di cdrrenti di  pensiero o antropologie; basti  pensare per  rimanere  sull’orizzonte  italiano,   a  filosofi  come Severino, Vattimo, Natoli, Cacciari e Pareyson, tanto per citarne alcuni, che hanno a che fare con i loro umanesimi filosofici col cristianesimo impossibile o finito o gnostico o tragico.

Il Concilio Vaticano II (con la sua svolta antropologica incarnata  nell’alleanza tra  fede e ragione) nella Costituzione pastorale “Gaudium et spes’ (la Chiesa nel mondo contemporaneo), al punto n. 36 “sulla legittima autonomia delle realtà terrene” afferma: “se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare  e  ordinare,  allora  si tratta  di  una  esigenza di  autonomia legittima; non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma  è anche conforme al volere del Creatore”. La Costituzione pastorale continua dicendo: “La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera scientifica… non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio.”

 

  1. Il quotidiano e l’esperienza: viaggio verso l’ «altra scena».

Fatte queste doverose premesse mi addentro nel tema specifico del mio lavoro.

Ho introdotto il mio lavoro parlando del “quotidiano”. Ma cosa è il quotidiano? E’ quello che si vive e cerca ogni giorno? Sono gli accadimenti della nostra  vita? Anche i mass media si interrogano sul quotidiano a partire  dal ’68 che sotto certi aspetti è da ritenersi una data dalla quale si è aperta la crisi antropologica. Basti pensare ai tanti e anche noiosi/tediosi  programmi televisivi di intrattenimento   con  pretese  anche  scientifiche.  Del  quotidiano  vi  è  un  concetto appunto massificato.

Il quotidiano occorre vederlo invece soprattutto  sul piano psicanalitico. Il quotidiano è il “meraviglioso” che è un piano dell’esperienza. Fino al medioevo vi era il fare esperienza delle cose, dopo è nata l’esperienza del “meraviglioso”.  Quando prende corpo il meraviglioso come evento irripetibile, si può dire che la psicanalisi prende appunto corpo su un altro piano dell’esperienza quotidiana, quello chiamato da Freud “trauma” fatto unico attraverso il quale ognuno di noi può prendere coscienza della sua unicità.  Un certo “significante”  e/o “significato”  nomina, riferisce/reperisce la propria individualità nel mondo e nella storia. Il meraviglioso è dunque il trauma nel quotidiano.

I signori/nobili del passato quando non riuscivano a risolvere un  problema facevano un viaggio; cosa cercavano in questa fuga? Cercavano qualcosa di irriducibilmente “altro”, qualcosa di diverso da se stessi. Non sono solo i viaggi che possono far uscire da se stessi, dalla propria quotidianità (come anche i racconti di viaggi rinascimentali, come “Il Milione” di Marco Polo), ma anche la malattia, la febbre, gli atti mancati, ecc.

Ne “L’uomo dei lupi” di Freud vi è descritto un lungo viaggio possentemente simbolico. Questo viaggio è metafora dell’ «altra scena», uscire dalla noia di essere se stessi. Moltissimi oggi vivono senza partecipare alla propria vita e muoiono senza accorgersi di averla vissuta. E’ un fatto storico. Va segnalata nel comportamento umano non solo la mancanza di motivazioni a vivere di tipo valoriale., ma  anche l’insorgenza di disturbi/devianze (i cosiddetti  “sintomi”).

L’«Associazione Italiana Medicina del sonno» aveva pubblicato a suo tempo dati statistici  sugli italiani che accusano disturbi del sonno (assommano a 12  milioni):  l’80% presenta almeno un sintomo diurno; il 60%  è teso, irritato  e depresso; il 46%  ha difficoltà  di concentrazione  e  memoria.  Il 70%  di  chi  presenta  problemi  diurni  ha  sintomi  depressivi. Richiamare i disturbi correlati al sonno vuoi proprio dire un’attività dell’inconscio (l’altra scena) che perlomeno coi suoi messaggi/linguaggi non arriva o non può arrivare alla coscienza.

Voglio citare un aneddoto classico. Alcuni visitatori erano giunti da lontano per vedere il filosofo greco Eraclito. Questo filosofo era famoso, era un grande e il suo carisma immenso. Cosa si aspettavano i visitatori? Evidentemente veder brillare in lui la grandezza che brillava nelle sue opere, nella sua fama e nel suo carisma. Ma era inverno  e giunti all’ingresso della dimora del filosofo, lo videro piegato in modo dimesso davanti ad una stufa. Esitarono e stavano quasi per fuggire e tornarsene a casa, quando Eraclito li invitò ad entrare con le parole “Venite, anche qui abitano  gli  dei”  e  dove  per  “anche  qui”  si  intende  la  quotidianità  e  per  “dei”  appunto  il meraviglioso. Cosa significa l’episodio? Che i viaggiatori venuti a vedere il grande filosofo  si aspettavano uno spettacolo maestoso, ma non c’è nulla di maestoso evidentemente di fronte ad un  filosofo  sommo intirizzito  davanti ad una  stufa.  E tuttavia  suggerisce Eraclito con la  sua esclamazione che “l’inconsueto” occorre saperlo vedere nel “consueto”.

Molti sono partiti per esempio per dei viaggi nell’Oriente (sulle tracce mitiche dei vagabondi del Dharma, codice sacro di condotta che deve condurre alla liberazione/purificazione) per cercare una dimensione nuova, fuggire dalla noia di essere se stessi.

Non è però l’Oriente il meraviglioso. Perché non guardare al nostro Rinascimento e uno per tutti al capolavoro del Botticelli  “Allegoria della primavera”? Questa opera guardata e contemplata è travolgente.

Fare  esperienza è  proprio  questo  “saper  guardare  le  cose  per  la  prima  volta”.  Far esperienza è entrare nel cuore pulsante, nel ritmo immediato della propria vita. Pertanto si può parlare   di unicità del trauma accaduto una sola volta e quindi di possibilità di ritrovare/reperire questo stesso trauma. C’è il bisogno di guardare ad un’altra dimensione. Non viaggi nell’Oriente dunque, non viaggi avventurosi, ma possibilità di entrare nel “nuovo mondo o scena”.

Parlando dell’altra scena credo che la droga proponga un viaggio del tutto  particolare, un viaggio dove ci si trova  già aldilà  della  frontiera, senza tutti  i rischi implicati dal passare la frontiera. L’esperienza al contrario è propriamente questo passaggio della frontiera perché non c’è viaggio  senza sfida  alla  morte.  L’esperienza psicanalitica richiede il  passaggio della  frontiera, chiama in causa l’inconscio. Il viaggio, quello vero, non è mai la distanza chilometrica che si pone tra sé e il proprio domicilio, ma il valico della catena montuosa che si pone tra l’abituale (habitus) e  lo sconosciuto. Se il poeta francese Rimbaud dice “io  è un altro” è perché ha passato questo valico, non perché ha assunto delle sostanze ad azione stupefacente.

In  psicanalisi si può allargare l’area della conoscenza, ma si può non varcare la frontiera; una volta varcata non si può tornare più indietro.  Potenziare la coscienza, le conoscenze, non significa propriamente entrare nel proprio “mito”.  Ognuno è a suo modo un eroe come nella tragedia greca. L’inconscio formalizzato da Freud nelle sue due· topiche psichiche e proprio questa matrice del “meraviglioso”.

La psicanalisi è diventata a volte una moda, ma postula nel soggetto questo assumersi la responsabilità  della  colpa  altrimenti  la  psicanalisi non  si  pone  e  fonda.  Ricordiamo che  nel cristianesimo c’è una radice di sangue di cui ognuno come cristiano non può esimersi e non può non assumersene la colpa.

Nella psicanalisi non occorre farci illusioni sulla possibìlità di entrare nel meraviglioso, essa non ci dà le chiavi del paradiso; per contro ci conduce “all’inferno” dove abitano/ruotano i desideri. Freud ha scritto nella “Psicopatologia della vita quotidiana”, soprattutto  nei confronti del lapsus. Dice che sull’errore “irrompe” tutto  il  mondo nascosto (l’altra  scena). Come lapsus intendo, ad esempio, oltreché l’errore involontario nel parlare o scrivere, il dimenticare le chiavi di casa o della macchina, il dimenticare la fede nuziale, ecc.

Il quotidiano  intesse  un  altro  discorso, un’altra  lingua  e  cioè precisamente il  latente.

Attraverso la psicopatologia quotidiana si tratta di fare esperienza, è un autentico “viaggio”.

Il problema non è il concretizzarsi della morte del padre nel complesso di Edipo; questo non avviene   quasi  mai.   La  questione  sta piuttosto   in   un   registro  simbolico-immaginario. Ma nell’inconscio lo statuto  di imputabilità/sanzionatorio  è comunque cogente, è come se si fosse messo in atto un accadimento/ delitto reale.

Per trovare un esempio che ci dia un’idea di questa esperienza/viaggio ci si può rifare a Leonardo da Vinci. Egli, rispetto ad altri geni del tempo, non conosceva la scienza/il sapere (homo sanza lettere) e neppure, importante per quel tempo, il latino. Non sapere il latino era quasi non saper leggere, giacché la cultura  circolava appunto in  latino. Il suo genio era fondato invece soprattutto sull’esperienza. Il problema  dell’esperienza è  fondante  del mondo occidentale (nel mondo greco, in particolare in Aristotele, non vi era l’esperienza come dato primo). Leonardo come genio  di  varie  discipline  ha  colpito   Freud;  fece  difatti   un  saggio  sullo  stesso  Leonardo commentando e concludendo “ogni uomo corrisponde ad un progetto che urge verso l’esperienza”.

Vi è tra Leonardo e Freud un’analogia: Leonardo scruta nella natura mentre Freud rivolge il suo sguardo all’enigma (come “cosa oscura”) che è la vera realtà dell’uomo. Cosa significa, come viaggio, fare esperienza nella psicanalisi? Quale è il concreto epistemologico? Per Leonardo era la natura; per Freud no, era un’altra realtà. Ma in relazione allo “scaturire della cosa” sia Leonardo che Freud sono proprio  vicini. La “cosa” del viaggio si sottrae sempre, non si può mai renderla esaustiva; il “trauma” è quasi inavvicinabile, possiamo dire “irriducibile”.

Non sappiamo a fondo cosa sia realmente la natura, né tanto meno cosa sia la natura umana. La psicanalisi si occupa dell’inconscio, ma non sappiamo cosa esso sia compiutamente.

Tutto può però venire ugualmente formalizzato. Una domanda sorge spontanea: ma si può lavorare/”viaggiare” anche senza formalizzazione?

L’idea dell’inconscio, è bene ricordarlo, è nata già nel XIX sec nei romantici tedeschi (Schelling – Schopenauer – Nicolai Hartmann).  Essi parlavano  di nido  metafisico di impulsi e sentimenti. Ma Freud introduce, rispetto ad essi, delle differenze.

Per Freud vi è una grossa differenza: con l’inconscio si può fare qualcosa, occorre fare qualcosa; in definitiva ci si può lavorare e mettere mano. E’ un’innovazione di grande portata. Per i romantici e il loro movimento culturale con l’inconscio non si poteva lavorare. Dire ai romantici che con l’inconscio si può fare qualcosa, sarebbe stato come dire a Leopardi che la luna non è solo il canto infinito della nostalgia, ma che sulla luna si può andare a passeggio.

Tuttavia  a Freud non poteva bastare di dire  che con l’inconscio si fa  qualcosa, doveva mostrare cosa si fa. E’ quella di Freud una grossa scoperta. Freud ha dimostrato nei fatti, a partire nel campo medico sull’isteria, che si poteva fare qualcosa con l’inconscio.

Oggi in  psicanalisi si  crede  di  operare  “immediatamente”  e  non  vi è  tensione  verso l’inconscio. Non è più oggi molto spesso un concetto di inconscio con cui lavorare che guida, ma è un concetto di inconscio negativo perché meramente solo operativo e pratico. Oggi gli analisti e sempre più spesso, lo dico provocatoriamente, sono su questa strada; occorre ripensare pertanto al Freud originario  e questo  pur  riconoscendo il limite  di ogni approccio. Se non ci si fonda sull’inconscio come definito da Freud,  l’inconscio  non  si  fa  prendere  nel “sacco”,  non  si  fa catturare. La psicanalisi non è poi riducibile alla psicoterapia.

Vi è oggi uno sforzo di fondare epistemologicamente categorie come la psicosi, le nevrosi, l’isteria, ecc., ma queste categorie, che si inseriscono a pieno titolo nella tematica del progresso, non ci permettono di afferrare sempre il campo psicanalitico. Ritornare all’origine di Freud, a mio avviso,  è pertanto importante; le sue strutture  sono fondanti della psicanalisi e sono le strutture portanti.  Sembra per  contro  la  psicanalisi essere incamminata  sulla via  dell’occultamento  del sapere autentico a cui ha dato vita.

L’analisi è un viaggio che porta verso l’altro di se stessi, verso il varcare la frontiera e la sua effrazione, verso la metonimia (nominare una cosa col nome di un’altra). Vi è sempre un afferrare la  cosa solo  parziale e  progressivo.  La realtà  epistemologica comunque esige  ed implica per divenire operativa un puro atto di fede (l’ho ricordato prima nelle parole del filosofo Antiseri).

Il trauma è un fatto strutturale,  è un evento irripetibile, unico. Ogni volta che si tende a riprodurre  il trauma non si riesce mai tuttavia a possederlo. Vi è il bisogno, è bene ricordarlo, di vivere quotidianamente  e quasi sempre senza che lo sappiamo, avvenimenti  che riproducono  il trauma.  E’ quella realtà che spesso chiamiamo popolarmente “sfortuna”, “sconfitta”, “iettatura”, “maleficio”, ecc. e che conduce a volte e alla lunga a contattare/affidarsi alle psicologia/psicanalisi.

La psicanalisi non si esaurisce peraltro, come detto, nel compito psicoterapeutico (si tende a  lenire  i disagi  psichici  senza  tuttavia   estendersi  aldilà  del  sintomo,  anche  se  il  sistema rappresentativo e dei significanti può consentire comunque l’approccio parziale dell’ “altra scena”).

La psicanalisi mette in discussione piuttosto il soggetto nella sua dimensione esistenziale. Freud nei suoi testi ed esperienze ha fondato l’esperienza psicanalitica; dopo di lui vi è stata una continua rifondazione e specificazione della materia (anche delle tecniche psicanalitiche).

Ora ci si può chiedere se si è rimasti fedeli ai suoi principi fondanti. Si ha l’impressione che si sappia tutto,ma  che d sfugga però il reale dell1nconscio. La psicanalisi americana (che privilegia l’I0) conosce tutto, ma ciononostante può non ottenere risultati; il problema  è quello di rimanere fedeli ai principi fondanti (lo sforzo eminente di Freud è emblematicamente evidente soprattutto nelle due sue topiche del sistema psichico e questo ci deve far meditare molto).

Nella scienza come ricerca delle leggi costanti della natura vi è accumulo di esperienza e progresso  poiché  si  basa  su  fenomeni  materializzabili;  nella  psicanalisi  non  vi  può  essere accumulo, ma fedeltà a principi dati. Quando si dice ad un analizzando “dica tutto quello che le viene in mente senza modificarlo” si vuol dire all’analizzando che ciò è il sistema migliore/unico per far lavorare l’inconscio (ecco il principio dato). Non sarà mai tuttavia da parte dell’analizzando un parlare libero  e non condizionato, ma è certamente la via per comunicare con l’inconscio.

Ricorro ad un esempio per comprendere come ci si avvicina  alla “cosa” come “altra scena”, all’irriducibile. Un padre parte per un viaggio e chiede alla figlioletta (che nonostante i 12 anni non era cresciuta psicologicamente) che regalo desiderasse al suo ritorno. Essa disse “una pistola” (che è da considerarsi “essere come i ragazzi” e “non essere specificità”). Il padre quando ritorna dal viaggio porta invece una collana (simbolo di femminilità). La figlia di fronte alla collana sta male; la collana era  il significante  che la  richiamava  ad uscire dalla sua situazione indifferenziata  per specificarsi nella realtà femminile. L’attaccamento alla madre, all’esperienza preverbale, fa si che non si voglia “andare oltre”, non si voglia abbandonare il grembo materno e il narcisismo primario.

Si ricorda  che l’ingresso nella dimensione reale dell’esistenza (principio  di realtà)  e con l’accettazione  del  suo  limite  antologico  (dismissione  dell’onnipotenza  simbolico/immaginaria) avviene  appunto per effetto del potere normativo del padre (complesso di Edipo e poi super-io).

La normificazione, è bene evidenziarlo, si traduce poi di fatto nell’essere specificati nei ruoli di mascolinità e femminilità (fondanti a sua volta della paternità e maternità).

E’ nella complessità di queste fasi/specificazioni che vengono poi ascritti gli statuti dell’esperienza religiosa  e della legge etico-morale  (quest’ultima  vincolante anche per il mondo areligioso).

 

  1. Proposte per una teologia/spiritualità cristiana

Da tutto  quanto  tratteggiato  emerge  con chiarezza la scoperta dei limiti  della  ragione (Freud direbbe del conscio e dell’IO conscio). Si tocca con mano la contingenza umana razionalmente riconquistata e ciò costruisce e ricostruisce per chi crede, lo spazio della fede e del progetto divino sull’umanità.

Per chi si è incamminato nell’itinerario di fede, l’esperienza mistica non ha per fondamento nessuna idea di Dio, ma la realtà stessa di Dio (conversione culturale per una fede non utilitaria). Esperienza inarrivabile se non ci si è dati un’autentica “libertà umana” secondo la natura.

Tuttavia con padre Turoldo si rivendica il diritto, e non può essere diversamente, a “disperare” in questa impresa umana. Diceva Turoldo: “E’ di Giobbe, il personaggio biblico, la disperazione come categoria  della  ragione,  come  vento   positivo  e  provvidenziale”.   Tutta la redenzione  e  il cristianesimo debbono essere messi in rapporto alla lotta della “coscienza angosciata” che cerca un senso assoluto della vita e della morte (e non può essere altrimenti nella “lotta” per/verso l’altra scena).

In questo contesto la comprensione del mondo, degli altri e di se stessi è, non può che essere, fondata  sulla figura  simbolica del Servitore sofferente ovvero  un  Amore che non  può essere estorto, ma  offerto/donato.   La straordinaria  potenza di  Gesù risiede  in  un  sacrificio consentito che va a distruggere definitivamente tutto  il sistema vittimario  (cioè vita sottratta  ad un’interpretazione puramente punitiva).

Essere segnati da momenti particolarmente forti nell’adolescenza e poi nella vita, anche quotidiana, sono un tempo di pazienza e di grande meditazione. Lo esige anche il “viaggio” di cui abbiamo parlato.

Nella figura del Servitore sofferente non c’è nulla che sia smentito dalla sofferenza anche abissale dell’uomo; al contrario tutto è da Lui “stato assunto” nell’obbedienza a Dio Padre e appunto nella condivisione dell’umana sofferenza, compresa la morte.

Tutto ciò che viene attribuito al male trova la sua ragione nell’idea dell’onnipotenza di Dio. Senza dubbio alcuno, passare dalla realtà di un Dio onnipotente alla realtà del Servitore sofferente costa molto e anche per una parte della teologia.

Detto per inciso se deve essere messo in atto un coraggio di porre domande teologiche alla scienza, ancor più si deve pensare ad un coraggio di porre interrogativi scientifici alla teologia.

Voglio ricordare in questo contesto il contributo di Teilhard de Chardin per una fenomenologia del cosmico in ordine alla grandezza e bellezza della Creazione e nel contempo del Verbo Incarnato (il punto Omega verso il quale convergono tutte le forze/energie).

Detto ciò si deve anche ricordare che il credente è chiamato ad assumere nella storia e nella natura una nuova dimensione cosmologica e antropologica in relazione alla pneumatologia (azione e ”tempo” dello Spirito Santo).

Ma non  vi  è poi  dubbio  che  costa molto  anche pensare l’uomo  e Dio  ad  Auschwitz (emblema del potere distruttivo  dell’uomo) dopo che il secolo passato ha dimostrato che il male assoluto è effettivo.

Il solo potere di Dio è l’amore disarmato. Dio non ha altra potenza che quello di amare e di indirizzarci quando siamo proprio  nella sofferenza (e nel viaggio verso l’altra  scena). La nostra difficoltà è di poterlo sentire ed ecco il perché della fede.

Il cristianesimo ci parla di questo amore della Vittima innocente. Siamo nell’etica della sovrabbondanza che è l’etica dell’amore che oltrepassa ogni misura e ogni morale concreta (anche l’etica dell’equivalenza, quella per intenderci dei diritti, anche quelli derivati dall’essere cooptati nella “rete obbligante” della legge etico-morale).

Quindi da questo nuovo sentire non può che nascere la compassione che significa smettere di accusare. E’ percepire l’altro quindi come vittima, ma ancor più come sofferente. Occorre perciò orientare in tal senso il nostro sguardo nel quotidiano e nel disagio della vita/civiltà.

All’orizzonte sofferente del nostro nuovo secolo le Beatitudini gridano: “Beati coloro che piangono, saranno consolati”. In una traduzione biblica, al posto della parola “Beati”, si è scelta opportunamente l’espressione “Sono in piedi”. Di fronte ad ogni vita che incede, ad ogni persona che intraprende il viaggio verso l’inconscio e il trauma, nel limite e nella sofferenza del divenire, le Beatitudini sono un invito al cammino nella dignità e nella speranza di “Alzatevi”.

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