Domenica della SS. Trinità

Riflessioni sul Vangelo della domenica, a cura di don Giuseppe Licciardi

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Domenica della SS. Trinità

«LA GRAZIA… L’AMORE… LA COMUNIONE…»
(Es 34,4-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18)

Non abbiamo altra possibilità di rispondere al mistero della SS. Trinità che ci si presenta davanti se non quella dello stupore, della contemplazione adorante, del prostrarsi colmo di timore e tremore, proprio come ha fatto Mosè di fronte a Dio che gli passava davanti, proclamando la sua gloria e la sua grandezza. Il mistero non lo si spiega, lo si accoglie. Non ci si sta a ragionare sopra, ma ci si lascia avvolgere, lasciandosi accarezzare da esso come da una brezza leggera che ci fa gioire in un trasalimento interiore. Ne avvertiamo la presenza, anche se non sappiamo comprendere da dove viene e dove va. Ci inonda e ci inebria anche se non possiamo afferrarlo, ma sentiamo che ci siamo dentro e che è dentro di noi, perché, se da un lato ci trascende, dall’altro lo sentiamo vivere nel nostro intimo. Veramente opportuna mi pare la scelta del salmo responsoriale, che ha tutta l’aria di somigliare al balbettare stupito di chi sta vivendo una esperienza indicibile e non ha parole adatte per esprimerla, limitandosi a delle semplici esclamazioni, che qui assumono la forma di una benedizione e di una lode: “Benedetto sei Tu!”. Proprio come quando noi restiamo senza parole e non sappiamo andare oltre a “che bello!!!”.

Ed è proprio da questa bellezza, che si lascia intravedere attraverso una nube, che Mosè viene attratto, perché essa si presenta in maniera accessibile all’uomo, rivelando la sublime condiscendenza di questo Dio, che continua a stare vicino all’uomo, nonostante il suo rifiuto ed il suo peccato. Dio si rivela come il Signore che non respinge l’uomo per la sua infedeltà e ribellione, anzi maggiormente gli usa misericordia, perché comprende quanto egli è debole ed instabile nei suoi sentimenti e come il suo cuore si lascia facilmente sviare dalla vanità, dall’ignoranza, dall’orgoglio, dall’avidità, dall’apparenza, dai suoi desideri di potere e di piacere. La realtà di Dio va al di là dei parametri e delle misure umane e si manifesta come grazia e misericordia. Grazia, perché è un amore non meritato ma che riceviamo in dono e sempre in misura sovrabbondante. Misericordia, perché non è frenato, né limitato dalla piccineria e dal peccato dell’uomo. L’amore misericordioso di Dio è più grande delle nostre miserie e dei nostri peccati e si estende di generazione in generazione per quelli che lo amano, senza chiudersi di fronte a quelli che lo rifiutano.

Nel saluto finale della seconda lettera ai Corinti Paolo usa una formula trinitaria di straordinaria bellezza, che senza pretendere di spiegare il mistero si limita ad enunciarlo rivelando come noi siamo coinvolti in esso. Grazie a Gesù, figlio unigenito di Dio fatto uomo, il mistero di Dio comprende anche noi, si estende fino a noi e noi non siamo di fronte ad un Dio estraneo, ma ad un Dio che trova la sua gioia nello stare con i figli dell’uomo. Paolo usa tre termini legando ognuno di essi ad una delle persone della Santissima Trinità: la grazia, a Gesù; l’amore, a Dio Padre, la comunione, allo Spirito Santo. Gesù è il dono inaspettato e, senza dubbio, immeritato che viene fatto ad ogni uomo. É il segno visibile e concreto della gratuità stessa di Dio che non attende il contraccambio, ma si dona a noi gratuitamente ed in maniera irrevocabile. Quello che ha donato Dio non lo rivuole indietro. Il Padre viene qualificato direttamente per essere la sorgente dell’amore, e per sua natura non può fare a meno di amare. Lo Spirito Santo viene caratterizzato dalla sua naturale capacità ad essere fattore di comunione, che realizza la comunione perfetta tra il Padre ed il Figlio, ma nello stesso tempo mette anche noi in comunione con il Padre ed il Figlio. L’essere stati creati ad immagine e somiglianza di Dio ci abilita ad entrare in questa incredibile comunione.

Quello che fin’ora abbiamo scoperto dalla riflessione sulle prime due letture ci viene riassunto nella brevissima, ma intensissima pagina del Vangelo di Giovanni che ci racconta l’incontro di Gesù con Nicodemo. A quest’uomo che ancora timidamente e quasi di nascosto si affaccia al mistero di Gesù viene rivelato il volto di Dio, un Dio di cui ha sentito parlare per mezzo delle Scritture, ma che ora gli viene presentato in maniera nuova da Gesù, che è l’unico a poter parlare di Dio per conoscenza diretta. Infatti la prima sconvolgente idea che viene evocata da Gesù è quella che rivela un Dio che agisce per amore: «Dio ha tanto amato il mondo…». Questa è la prima cosa che si rivela, l’amore “folle” incommensurabile di Dio che non ha nessuna esitazione a mandare nel mondo il suo stesso figlio. Per quale motivo? Ma è chiaro, perché il mondo, nonostante la sua opposizione a Dio, è amato da Dio in maniera tale che Dio non può tollerare che vada perduto e che si trovi ad essere condannato. Nel grandioso progetto d’amore di Dio la destinazione finale dell’umanità è la vita eterna. Ma per entrarvi ogni uomo ha bisogno di credere ed accogliere Gesù come suo Salvatore, altrimenti si autocondanna. Rifiutare di entrare in questa relazione di fede-amore significa escludersi dalla vita eterna.

Ancora una volta la chiave per conoscere Dio è l’amore, inteso come lasciarsi amare da Dio ed amarlo come risposta gioiosa a questo amore che ci precede, ci accompagna e ci avvolge, ma che mai si impone e ci soffoca. Il rapporto con Dio si gioca nel piano della libertà. Accogliendo Dio in noi la nostra umanità viene abitata da Lui, dalla sua pienezza di vita e di comunione e noi veniamo resi capaci di compiere le opere stesse di Dio, che è Grazia, Amore e Comunione. Credere allora diventa essere inabitati da Dio-Trinità ed entrare nella economia del suo progetto di amore, che comincia a manifestarsi anche in noi e per mezzo di noi. Il mistero della Trinità non si è rivelato a noi come un teorema da risolvere o una astratta verità da accettare, ma nel suo andarsi dispiegando in maniera esistenziale nella vita concreta degli uomini. Parlandoci del Padre, Gesù ci dice che Lui ce lo fa conoscere attraverso la sua stessa persona, per mezzo delle opere che compie, cosicché chi vede Lui vede il Padre. Credendo, anche noi entriamo nella stessa logica, per cui Dio ama rendersi visibile e riconoscibile attraverso di noi, attraverso la nostra vita concreta, perché realmente Dio, nella sua interezza, nel suo essere Trinità, vive in noi, con noi e per mezzo di noi.

Giuseppe Licciardi (Padre Pino)

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