Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza

Progetti, itinerari, persone, luoghi per una partecipazione consapevole e responsabile

image_pdfimage_print

Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza

Un’intervista di Anna Spena al prof. Fabrizio Tonello, in vita.it del 27 novembre 2019

Nel libro “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza” di Fabrizio Tonello, professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Padova, l’autore si interroga: “Perché alcune società prendono decisioni disastrose?”. Undici capitoli intesi per capire come e perché viene prodotta tutta questa “ignoranza diffusa”.

La democrazia è veramente a rischio? «Certo», dice Fabrizio Tonello, professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Padova, che ha pubblicato il libro “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza”.

Un volume da leggere, che parte dal dibattito su ignoranza e democrazia e poi esamina il funzionamento dei media nel loro complesso. E poi i processi di infantilizzazione degli adulti, post – verità e fake news. Si indaga sul successo di leader politici come Donald Trump e Boris Johnson. Della scuola che rimane un’emergenza educativa forte. «Il nostro pianeta è a rischio», scrive Tonello. «Le democrazie sono a rischio. Il pianeta è a rischio perché le democrazie sono a rischio. Questa forma di regime politico sembra non garantire più le necessarie capacità di autogoverno alle comunità umane che non vogliono sparire. La domanda a cui bisogna rispondere è: “Perché alcune società prendono decisioni disastrose?”. Undici capitoli intesi per interrogarci su come e perché viene prodotta tutta questa “ignoranza diffusa”.

La democrazia è veramente a rischio?
Certo. la deriva oligarchica delle democrazie industriali sembra oggi presentarsi in due versioni: una che propone l’autoritaritarismo “soft” dei partiti tradizionali e delle istituzioni sovranazionali e una che offre l’autoritarismo apertamente xenofobo e violento dei partiti populisti. Il rischio di nuovi successi per questi ultimi è tutt’altro che remoto e si basa sulle stesse condizioni strutturali che facilitarono l’ascesa del fascismo e del nazismo tra le due guerre mondiali. Fascismo e nazismo erano figli della crisi: delusione e scontento in Italia dopo la Prima guerra mondiale, disoccupazione di massa in Germania dopo l’inflazione del 1923 e il crack di Wall Street nel 1929. Soprattutto, confusione, disorientamento, paura: le società sottoposte a gravi stress per lunghi periodi finiscono per accettare qualsiasi cosa. L’espressione sociale del rancore verso le élite tradizionali è oggi improvvisa, e il “contenimento” dei movimenti fascistoidi in Germania, Francia e Spagna che sembra aver funzionato finora può benissimo trasformarsi nel crollo dei vecchi partiti alle prossime elezioni.

Come si contrasta la “produzione sociale dell’ignoranza?”
Creando dei movimenti di massa per difendere la scuola e la cultura, soprattutto in luoghi neutrali e collettivi come le biblioteche pubbliche. Combattendo ciò che Roberto casati definisce il “colonialismo digitale” in tutte le sue forme.

Ma che cosa significa essere ignoranti oggi?
Basta guardare su Youtube i video di Toninelli, Di Maio, Borgonzoni e altri per capirlo…

Come viene prodotta dalla società l’ignoranza diffusa?
Prima di tutto c’è un problema generale, che riguarda gli esperti: l’accresciuta tribalizzazione dei saperi, sempre più specialistici e chiusi in aree incomunicanti fra loro; chi si occupa di diritto amministrativo a stento capisce il gergo di chi studia diritto costituzionale, e viceversa. Ancor peggio nelle scienze della vita. Questo provoca, anche ad alto livello, una vera e propria ignoranza della dimensione sistemica dei problemi: il cambiamento climatico non è un problema dei metereologi ma richiede l’intervento di scienziati di ogni tipo e di politici lungimiranti, questi ultimi ormai estinti, come i dinosauri 60 milioni di anni fa. A livello del grande pubblico, invece, dobbiamo constatare l’abbandono della scuola, o la sua trasformazione in un puro percorso di addestramento al lavoro, che ostacola in ogni modo la formazione di un sapere critico. Ci sarebbe anche da riflettere sulla sciagurata mania delle novità, che pretende di migliorare la didattica introducendo le tecnologie digitali, che hanno già di per sé effetti negativi sulle capacità di concentrazione e di apprendimento: su questo si veda il libro di Roberto Casati “Contro il colonialismo digitale”

Qual è la relazione tra mass media e democrazia?
In Italia, il populismo è stato creato dalle televisioni commerciali e, in particolare, dalla Fininvest. I talk show politici non hanno migliorato la situazione. In Italia ce ne sono a dozzine e il logoramento del format è palese: sempre più i conduttori devono invitare ospiti a sorpresa o personaggi stravaganti nel tentativo di rubare qualche punto di share ai concorrenti. La loro proliferazione, in realtà, ha poco a che fare con la passione politica e molto con le esigenze industriali della televisione, che è un medium costoso da gestire. Il vantaggio dei talk show è che riempire un’ora di chiacchiere fra giornalisti e politici costa soltanto lo stipendio del conduttore: gli ospiti vengono ben volentieri gratis. La formula di Porta a Porta e altri prodotti simili è quella di usare la politica come spettacolo, facendone una forma di intrattenimento, non di partecipazione, e incentivando la passività del pubblico. Le questioni politiche vengono personalizzate (oggi Di Maio avversario di Salvini dopo essere stato un suo fedele alleato, ieri Renzi contro Bersani e Prodi contro Berlusconi). Si crea una nuova forma di cultura popolare: le celebrità vengono politicizzate (calciatori, attrici e cantanti vengono invitati a esprimere le loro opinioni) mentre i politici di prima fila rafforzano la loro popolarità mostrandosi esperti di cucina piuttosto che di calcio. Nei talk show c’è un movimento fluido tra intrattenimento e politica, una situazione in cui Silvio Berlusconi e Donald Trump, con le loro performance da consumati uomini di spettacolo, sono un ottimo esempio. Per il dibattito politico razionale, per il funzionamento della democrazia rappresentativa questo però è devastante.

Cosa ha comportato lo svuotamento delle classi medie?
Partiamo dal fatto che l’industrializzazione, l’espansione della burocrazia statale e, più tardi, l’espansione del welfare state avevano creato “nuove” classi medie impiegatizie che contavano sulle proprie capacità per fare carriera, in particolare verso posizioni lavorative con maggiore autonomia (dirigenti di medio livello sia nel settore pubblico che privato, ingegneri e altri specialisti). Fungendo da settore trainante delle economie di mercato per gran parte del ventesimo secolo, la produzione industriale di massa aveva creato le condizioni economiche per l’espansione della classe media. La novità dell’ultimo quarto di secolo è il fatto che proprio manager e tecnici di medio livello sono stati invece colpiti duramente dalle chiusure, ristrutturazioni e delocalizzazioni nell’industria oppure dal blocco delle carriere e delle assunzioni nei servizi pubblici. Mentre alcuni specialisti si salvavano perché situati in posizioni chiave, o addirittura salivano verso posizioni dirigenziali, la grande maggioranza doveva accettare un peggioramento delle condizioni di lavoro, quando non il licenziamento, o il cambio di impiego. La tendenza alla polarizzazione ai due estremi della scala sociale si può constatare anche nelle vecchie classi medie superiori, quelle delle professioni liberali riconosciute e protette da ordinamenti corporativi: avvocati, medici, architetti. Per tutti costoro mantenersi in una condizione di relativo privilegio, malgrado le protezioni di legge, è diventato sempre più difficile. A un’estremità stanno i professionisti ben inseriti a livello politico, o in grado di lavorare all’estero, con redditi elevati e ottime prospettive di carriera. Al polo opposto stanno i giovani laureati, destinati a lunghe fasi di precariato, di lavoro gratuito o sottopagato, di incertezza sul futuro, quando non di rinuncia al mestiere per cui avevano studiato. Inutile dire che questo gruppo include la maggioranza dei professionisti. Fino a ieri si pensava che l’economia della conoscenza, spesso descritta come un paradiso della creatività, in cui giovani inventori davano vita a nuovi servizi, nuovi gadget e nuove possibilità di comunicazione, producesse una nuova classe media, dinamica e in rapida ascesa. Questo storytelling oggi non ha più alcuna credibilità.

Scheda Libro: pagine 157, editore Pearson, prezzo: 21 euro

 

Facebooktwittergoogle_plus

Stampa Articolo Stampa Articolo