Correzione fraterna

Riflessioni sul Vangelo della domenica, a cura di don Giuseppe Licciardi

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Correzione fraterna

«SE TI ASCOLTERÁ, AVRAI GUADAGNATO TUO FRATELLO»
(Ez 33,1.7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20)

            Se facciamo attenzione alle letture di questa domenica, ci rendiamo conto che il tema centrale è la correzione fraterna. Ma a sua volta questa è vista nel contesto della carità che deve costituire sempre l’anima della vita della comunità cristiana ed umana. Se si esce fuori da questa logica, si passa subito alla logica della inquisizione, del sospetto, del giudizio e della condanna di chiunque esce fuori dai ranghi. Già il profeta Ezechiele si pone e ci pone nella giusta ottica, quando ci presenta Dio che si rivolge al suo profeta chiamandolo con l’appellativo di “sentinella”. La sentinella è un membro della comunità che ha un compito molto delicato, che è quello di vigilare, di tenere gli occhi ben aperti per sventare ogni possibile pericolo o minaccia che incombe sulla vita della comunità. E non appena si rende conto di qualcosa che non va, la sentinella deve subito dare l’allarme, in modo che la comunità possa correre ai ripari. Se la sentinella tace o è distratta e non avvisa in tempo del pericolo, mette a repentaglio la vita della comunità. Si tratta quindi di una responsabilità di carattere sociale molto delicata.

            Il ruolo di sentinella acquista anche un carattere personale di responsabilità nei confronti di ogni fratello o sorella che si sta allontanando dalla via del bene e comincia a camminare nella via dell’iniquità. Tacere,  far finta di non vedere e lasciar correre per leggerezza, indifferenza, paura di inimicarsi la persona ed essere malvisto è considerato da Dio una grave colpa o addirittura diventare complice del male fatto dal peccatore. Come mai questa severità? Per il semplice motivo che Dio non vuole che alcuno dei suoi figli si perda e tutti siamo chiamati ad essere responsabili nei confronti degli altri. Ognuno in base alla sua missione: il padre come padre, la madre come madre, e così il fratello o la sorella o l’amico o il superiore o l’insegnante. Tutti siamo chiamati in causa nei confronti della vita e della salvezza di ogni fratello, e Caino non può tirarsi indietro scusandosi malvagiamente di non essere responsabile dell’agire del fratello, perché il male, come il bene, non rimangono confinati nei limiti della persona, ma si riflettono sulla comunità intera. Contribuire alla conversione del fratello con il richiamo e l’avvertimento amorevole è ritenuto da Dio come un gesto di vita e un dono di salvezza.

            Ci rendiamo conto di entrare in un argomento molto scottante, che può essere facilmente frainteso o abusato dai giustizieri di turno o dai farisei pronti a mettere tutti in riga entro delle leggi ben definite, senza usare né tatto né tanto meno saggezza, umiltà e misericordia. Senza la necessaria premessa dell’amore fraterno non si può esercitare nessuna forma di correzione fraterna, perché la correzione fraterna implica il sentirsi coinvolti nella catena del male che sta stringendo tuo fratello o tua sorella. Ed è proprio questo coinvolgimento di amore che ti spinge e ti obbliga ad intervenire, non di certo il desiderio di mortificare, accusare o giudicare il fratello. Fin dalle prime battute, la pagina del Vangelo odierno ci mette nella giusta visione, precisando subito che la persona a cui tu ti stai per rivolgere è “un tuo fratello”, uno del tuo sangue, uno che ti dovrebbe stare a cuore, non un estraneo o un nemico. Il Vangelo fa riferimento al caso di una colpa che il fratello ha commesso contro di te, ma penso che il discorso debba allargarsi al “te” sociale, al fatto che la comunità possa essere intaccata ed offesa dalla tua colpa, e quindi da un tuo comportamento che compromette la vita della comunità.

            In un clima di esasperato individualismo e di malintesa libertà personale, questa pagina di Vangelo può essere letta come una indebita ingerenza nella vita di una persona. Ma questo sempre se ci si mette al di fuori nell’ottica dell’amore vero, che vuole e cerca con sincerità il bene dell’altro. Un padre o una madre che non correggono il figlio o la figlia, per non avere una brutta reazione, non stanno certo amandoli. Un amico/ca che si rende conto che la persona cara sta prendendo una brutta strada e non dice niente e fa finta di non vedere per timore di perdere l’amicizia, non sta facendo certo un buon servizio e non sta cercando il bene dell’altro, anzi, col suo silenzio, si rende complice del male. Si capisce che se tu intervieni, ti metti direttamente in causa e, in qualche modo, stai richiamando anche te stesso. San Gregorio Magno, riferendosi al compito di essere sentinella, sottolinea che la sentinella deve offrire anzitutto la sua personale credibilità attraverso una degna condotta di vita irreprensibile, nonostante la debolezza umana. Gesù ci suggerisce le varie modalità di approccio nei confronti del fratello che ha sbagliato, e non per caso o per un momento di debolezza.

            I passi della correzione fraterna sono tutti improntati a rispetto, delicatezza, umiltà, sofferenza interiore e comprensione. Anzitutto l’approccio personale, a tu per tu, teso ad aprire gli occhi del fratello/sorella sulla sua condizione e sempre col desiderio di riuscire a “guadagnare il fratello”, non a prendersi una rivincita. Se il primo tentativo fallisce, allora si ricorre all’aiuto di altri fratelli autorevoli e credibili, che cerchino di riportare il colpevole sulla retta vita. Nel caso che anche questo dovesse fallire e che la colpa viene a turbare la comunità, allora la colpa del fratello deve essere portata dinanzi alla comunità, per renderla responsabile e coinvolgerla, ma nello stesso tempo per confermarla nel suo cammino. Se il chiamare in causa la comunità non serve a ricondurre il colpevole sui suoi passi, allora non resta altro che “considerare il colpevole come un pagano o un pubblicano”, uno che si è automaticamente escluso dalla vita della comunità. Questa decisione è molto seria, perché acquista una autorità che viene confermata dall’alto. Ma il processo non termina qui. C’è un ultima istanza: la preghiera concorde della comunità, per chiedere la conversione del fratello che ha peccato. Quindi, al di sopra di tutto e sempre, la carità.

Don Giuseppe Licciardi (Padre Pino)

 

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