Il grido dei poveri

Il grido dei poveri

Omelia della Messa per la giornata Mondiale dei Poveri

Papa Francesco: «Il grido dei poveri: è il grido strozzato di bambini che non possono venire alla luce, di piccoli che patiscono la fame, di ragazzi abituati al fragore delle bombe anziché agli allegri schiamazzi dei giochi. È il grido di anziani scartati e lasciati soli. È il grido di chi si trova ad affrontare le tempeste della vita senza una presenza amica. È il grido di chi deve fuggire, lasciando la casa e la terra senza la certezza di un approdo. È il grido di intere popolazioni, private pure delle ingenti risorse naturali di cui dispongono. È il grido dei tanti Lazzaro che piangono, mentre pochi epuloni banchettano con quanto per giustizia spetta a tutti. L’ingiustizia è la radice perversa della povertà. Il grido dei poveri diventa ogni giorno più forte, ma ogni giorno meno ascoltato. Ogni giorno è più forte quel grido, ma ogni giorno è meno ascoltato, sovrastato dal frastuono di pochi ricchi, che sono sempre di meno e sempre più ricchi.
Davanti alla dignità umana calpestata spesso si rimane a braccia conserte oppure si aprono le braccia, impotenti di fronte all’oscura forza del male. Ma il cristiano non può stare a braccia conserte, indifferente, o a braccia aperte, fatalista, no. Il credente tende la mano, come fa Gesù con lui. Presso Dio il grido dei poveri trova ascolto. Domando: e in noi? Abbiamo occhi per vedere, orecchie per sentire, mani tese per aiutare, oppure ripetiamo quel “torna domani”? «Cristo stesso, nella persona dei poveri reclama come a voce alta la carità dei suoi discepoli» (ibid.). Ci chiede di riconoscerlo in chi ha fame e sete, è forestiero e spogliato di dignità, malato e carcerato (cfr Mt 25,35-36)».

Il testo integrale




“Non uccidere” secondo Gesù

“Non uccidere” secondo Gesù

PAPA FRANCESCO
Udienza generale
Mercoledì, 17 ottobre 2018

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei proseguire la catechesi sulla Quinta Parola del Decalogo, «Non uccidere». Abbiamo già sottolineato come questo comandamento riveli che agli occhi di Dio la vita umana è preziosa, sacra ed inviolabile. Nessuno può disprezzare la vita altrui o la propria; l’uomo infatti, porta in sé l’immagine di Dio ed è oggetto del suo amore infinito, qualunque sia la condizione in cui è stato chiamato all’esistenza.

Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato poco fa, Gesù ci rivela di questo comandamento un senso ancora più profondo. Egli afferma che, davanti al tribunale di Dio, anche l’ira contro un fratello è una forma di omicidio. Per questo l’Apostolo Giovanni scriverà: «Chiunque odia il proprio fratello è omicida» (1 Gv 3,15). Ma Gesù non si ferma a questo, e nella stessa logica aggiunge che anche l’insulto e il disprezzo possono uccidere. E noi siamo abituati a insultare, è vero. E ci viene un insulto come se fosse un respiro. E Gesù ci dice: “Fermati, perché l’insulto fa male, uccide”. Il disprezzo. “Ma io… questa gente, questo lo disprezzo”. E questa è una forma per uccidere la dignità di una persona. E bello sarebbe che questo insegnamento di Gesù entrasse nella mente e nel cuore, e ognuno di noi dicesse: “Non insulterò mai nessuno”. Sarebbe un bel proposito, perché Gesù ci dice: “Guarda, se tu disprezzi, se tu insulti, se tu odi, questo è omicidio”.

Nessun codice umano equipara atti così differenti assegnando loro lo stesso grado di giudizio. E coerentemente Gesù invita addirittura a interrompere l’offerta del sacrificio nel tempio se ci si ricorda che un fratello è offeso nei nostri confronti, per andare a cercarlo e riconciliarsi con lui. Anche noi, quando andiamo alla Messa, dovremmo avere questo atteggiamento di riconciliazione con le persone con le quali abbiamo avuto dei problemi. Anche se abbiamo pensato male di loro, li abbiamo insultati. Ma tante volte, mentre aspettiamo che venga il sacerdote a dire la Messa, si chiacchiera un po’ e si parla male degli altri. Ma questo non si può fare. Pensiamo alla gravità dell’insulto, del disprezza, dell’odio: Gesù li mette sulla linea dell’uccisione.

Che cosa intende dire Gesù, estendendo fino a questo punto il campo della Quinta Parola? L’uomo ha una vita nobile, molto sensibile, e possiede un io recondito non meno importante del suo essere fisico. Infatti, per offendere l’innocenza di un bambino basta una frase inopportuna. Per ferire una donna può bastare un gesto di freddezza. Per spezzare il cuore di un giovane è sufficiente negargli la fiducia. Per annientare un uomo basta ignorarlo. L’indifferenza uccide. È come dire all’altra persona: “Tu sei un morto per me”, perché tu l’hai ucciso nel tuo cuore. Non amare è il primo passo per uccidere; e non uccidere è il primo passo per amare.

Nella Bibbia, all’inizio, si legge quella frase terribile uscita dalla bocca del primo omicida, Caino, dopo che il Signore gli chiede dove sia suo fratello. Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9).[1] Così parlano gli assassini: “non mi riguarda”, “sono fatti tuoi”, e cose simili. Proviamo a rispondere a questa domanda: siamo noi i custodi dei nostri fratelli? Sì che lo siamo! Siamo custodi gli uni degli altri! E questa è la strada della vita, è la strada della non uccisione.

La vita umana ha bisogno di amore. E qual è l’amore autentico? E’ quello che Cristo ci ha mostrato, cioè la misericordia. L’amore di cui non possiamo fare a meno è quello che perdona, che accoglie chi ci ha fatto del male. Nessuno di noi può sopravvivere senza misericordia, tutti abbiamo bisogno del perdono. Quindi, se uccidere significa distruggere, sopprimere, eliminare qualcuno, allora non uccidere vorrà dire curare, valorizzare, includere. E anche perdonare.

Nessuno si può illudere pensando: “Sono a posto perché non faccio niente di male”. Un minerale o una pianta hanno questo tipo di esistenza, invece un uomo no. Una persona – un uomo o una donna – no. A un uomo o a una donna è richiesto di più. C’è del bene da fare, preparato per ognuno di noi, ciascuno il suo, che ci rende noi stessi fino in fondo. “Non uccidere” è un appello all’amore e alla misericordia, è una chiamata a vivere secondo il Signore Gesù, che ha dato la vita per noi e per noi è risorto. Una volta abbiamo ripetuto tutti insieme, qui in Piazza, una frase di un Santo su questo. Forse ci aiuterà: “Non fare del male è cosa buona. Ma non fare del bene non è buono”. Sempre dobbiamo fare del bene. Andare oltre.

Lui, il Signore, che incarnandosi ha santificato la nostra esistenza; Lui, che col suo sangue l’ha resa inestimabile; Lui, «l’autore della vita» (At 3,15), grazie al quale ognuno è un regalo del Padre. In Lui, nel suo amore più forte della morte, e per la potenza dello Spirito che il Padre ci dona, possiamo accogliere la Parola «Non uccidere» come l’appello più importante ed essenziale: cioè non uccidere significa una chiamata all’amore.




E’ bene non fare il male, ma è male non fare il bene!

E’ bene non fare il male, ma è male non fare il bene!

«Rinunciare al male significa dire «no» alle tentazioni, al peccato, a satana. Più in concreto significa dire “no” a una cultura della morte, che si manifesta nella fuga dal reale verso una felicità falsa che si esprime nella menzogna, nella truffa, nell’ingiustizia, nel disprezzo dell’altro. A tutto questo, “no”. La vita nuova che ci è stata data nel Battesimo, e che ha lo Spirito come sorgente, respinge una condotta dominata da sentimenti di divisione e di discordia. Per questo l’Apostolo Paolo esorta a togliere dal proprio cuore «ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenza con ogni sorta di malignità» (v. 31). Così dice Paolo. Questi sei elementi o vizi, che turbano la gioia dello Spirito Santo, avvelenano il cuore e conducono ad imprecazioni contro Dio e contro il prossimo.

Ma non basta non fare il male per essere un buon cristiano; è necessario aderire al bene e fare il bene. Ecco allora che San Paolo continua: «Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo» (v. 32). Tante volte capita di sentire alcuni che dicono: “Io non faccio del male a nessuno”. E si crede di essere un santo. D’accordo, ma il bene lo fai? Quante persone non fanno il male, ma nemmeno il bene, e la loro vita scorre nell’indifferenza, nell’apatia, nella tiepidezza. Questo atteggiamento è contrario al Vangelo, ed è contrario anche all’indole di voi giovani, che per natura siete dinamici, appassionati e coraggiosi. Ricordate questo – se lo ricordate, possiamo ripeterlo insieme: “E’ buono non fare il male, ma è male non fare il bene”. Questo lo diceva Sant’Alberto Hurtado.

Oggi vi esorto ad essere protagonisti nel bene! Protagonisti nel bene. Non sentitevi a posto quando non fate il male; ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto. Non basta non odiare, bisogna perdonare; non basta non avere rancore, bisogna pregare per i nemici; non basta non essere causa di divisione, bisogna portare pace dove non c’è; non basta non parlare male degli altri, bisogna interrompere quando sentiamo parlar male di qualcuno: fermare il chiacchiericcio: questo è fare il bene. Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene, “camminando nella carità” (cfr 5,2), secondo il monito di San Paolo».

Papa Francesco ai giovani italiani, 12/08/2018

Il testo integrale

 




Tempo di gioia

Tempo di gioia

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA 
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 12 aprile 2018

«Questo tempo pasquale — ha affermato il Papa — è tempo di gioia, la Chiesa vuole che sia così: tempo di gioia, la gioia davanti alla vittoria del Cristo risorto». E per gli stessi apostoli «è stato un tempo di gioia» anche se «non era uguale la gioia che loro hanno vissuto i primi cinquanta giorni da quella che hanno vissuto dopo la venuta dello Spirito Santo».

Infatti, ha spiegato Francesco, «la gioia dei primi cinquanta giorni era una gioia vera ma “dubitosa”, non capivano bene: sì, avevano visto il Signore, erano contenti, ma poi non riuscivano a capire». E si chiedevano: «Come finirà questa storia?». Tanto che, ha proseguito, proprio «al momento dell’ascensione domandano al Signore: adesso come andrà, adesso si farà la rivoluzione?».

Insomma gli apostoli «capivano perché vedevano il Signore, ma non capivano tutto: è stato lo Spirito Santo a far capire tutto e a dare quel coraggio, quel modo di agire totalmente diverso». Così, ha ribadito il Papa, «possiamo dire che quella dei primi cinquanta giorni era una gioia timorosa; invece dopo la venuta dello Spirito Santo c’è la gioia coraggiosa che è sicura: sicura per la grazia dello Spirito».

Proprio «nella cornice di questa gioia coraggiosa — ha affermato il Pontefice facendo riferimento a quanto narrato negli Atti degli apostoli — succede quello che abbiamo sentito nella prima lettura: Pietro e Giovanni vanno al tempio. Davanti alla porta chiamata la “Bella” c’era sempre un paralitico che chiedeva l’elemosina e Pietro e Giovanni guariscono il paralitico», che «felice, salta, balla, va, dà testimonianza». Ma, ha proseguito Francesco, «i sacerdoti si inquietano, chiamano gli apostoli e proibiscono loro di predicare Gesù. Poi li mettono in carcere. L’angelo di Dio li fa uscire dal carcere» ed essi subito «tornano a insegnare al tempio».

Riprendendo direttamente il passo degli Atti proposto dalla liturgia (5, 27-33), il Papa ha inoltre ricordato che «il comandante e gli inservienti vanno dove gli apostoli stavano predicando e li portano al sinedrio». Quindi «il sommo sacerdote li interrogò dicendo: “Non vi avevano espressamente proibito di insegnare in questo nome?”». Ecco «la proibizione: questo è vietato, il nome Gesù è vietato, predicare il nome di Gesù è vietato». Ma di fronte al sommo sacerdote, «Pietro, che timoroso aveva rinnegato il Signore», ha il coraggio di rispondere semplicemente: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti, siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono».

La prima a risaltare è «la parola “obbedienza”», ha fatto notare il Pontefice ricordando che «anche nel Vangelo di oggi — Giovanni 3, 31-36 — Gesù parla dell’obbedienza». Dunque, ha affermato il Papa, «la vita di questi cristiani, di questi apostoli che hanno ricevuto lo Spirito Santo, è una vita di obbedienza, una vita di testimonianza e una vita di concretezze».

Una «vita di obbedienza», ha proseguito Francesco, «perché seguano la strada di Gesù che obbedì al Padre fino all’ultimo momento: “Padre, se è possibile — pensiamo all’orto degli Ulivi — ma non sia fatta la mia volontà, ma la tua». Questa è l’«obbedienza fino alla fine» e «ci fa ricordare quando il Signore rigetta Saul: “Non voglio sacrifici né olocausti, ma obbedienza”».

«Obbedienza — ha insistito Francesco — è ciò che ha fatto il Figlio, il cammino che lui ci ha aperto; obbedienza è attaccamento a Dio e fare la sua volontà e dire: “Io sono il tuo figlio, io sono con te che sei mio padre e farò del tutto per seguire quello che tu vuoi”».

«È vero, noi siamo deboli e cadiamo nei peccati, nelle nostre debolezze» ha riconosciuto il Pontefice. Ma «la buona volontà ci fa alzare, la grazia di Dio», e così «vai avanti, vai avanti: “Io voglio obbedire”». Perciò la «prima caratteristica del comportamento, del modo di agire di questi apostoli è l’obbedienza». Consapevoli che, come dichiara Pietro, «bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini». Ci vuole, dunque, «un atteggiamento “obbedienziale”: il cristiano è un servo, come Gesù, che obbedisce a Dio». Ed è anche «vero che è un modo un po’ diverso di risolvere i problemi, questo dell’obbedienza: davanti al fatto della risurrezione gli apostoli hanno risolto, con la grazia dello Spirito Santo, con l’obbedienza».

Invece, si è chiesto il Papa, «come hanno regolato il tutto i sacerdoti che volevano comandare?». Lo hanno fatto «con una mancia: anche la tangente è arrivata al sepolcro». Perché «quando i soldati impauriti andarono da loro a dire la verità, li interrogarono» per poi dire: «“state tranquilli”. Hanno messo le mani in tasca e hanno detto loro: “prendete, dite che voi eravate addormentati”». Ed è proprio con questo sistema che «risolve il mondo».

E allora ci vuole l’«obbedienza a Dio, non al mondo, perché il mondo risolve le cose con cose mondane; e la prima cosa mondana, che è proprio del “signore”, del diavolo, è il denaro». Gesù «stesso gli dà la categoria di “signore” quando dice: “non possiamo servire due signori, Dio e il diavolo».

La «seconda caratteristica» dei primi cristiani è la «testimonianza: io do testimonianza di Gesù». E gli apostoli realmente «danno testimonianza perché non hanno paura di predicare Gesù al tempio, ma anche dopo, quando sono usciti dal carcere: sono coraggiosi, ma con il coraggio dello Spirito». Del resto, «la vera testimonianza cristiana è una grazia dello Spirito e questo dà fastidio. La testimonianza cristiana dà fastidio, è più comodo dire: “Sì, Gesù è risorto, è assunto al cielo, ci ha inviato lo Spirito, credo a tutto questo”, ma cerchiamo una via di compromesso fra il mondo e noi».

Invece «la testimonianza cristiana non conosce le vie di compromesso» ha ricordato Francesco. Piuttosto «conosce la pazienza di accompagnare le persone che non condividono il nostro modo di pensare, la nostra fede, di tollerare, di accompagnare, ma mai di vendere la verità».

Con la forza dell’«obbedienza» ecco allora la «testimonianza, che dà tanto fastidio»: basti pensare a «tutte le persecuzioni che ci sono, da quel momento fino a oggi: pensate — ha invitato il Pontefice — ai cristiani perseguitati in Africa, in Medio oriente, ce ne sono di più oggi che nei primi tempi, in carcere, sgozzati, impiccati per confessare Gesù». È la «testimonianza fino alla fine».

Infine, la terza caratteristica dei discepoli sono le «concretezze». Gli apostoli «davano fastidio con la testimonianza perché avevano il coraggio di parlare delle cose concrete, non dicevano favole». Avevano la «concretezza» che li portava a dire: «noi non possiamo negare quello che noi abbiamo visto e toccato». Ecco «il concreto — ha chiarito il Papa — e ognuno di noi, fratelli e sorelle, ha visto Gesù e ha toccato Gesù nella propria vita».

«Succede che tante volte i peccati, i compromessi, la paura ci fanno dimenticare questo primo incontro che ci ha cambiato la vita» ha spiegato Francesco. Magari rimane «un ricordo annacquato» che «ci fa diventare cristiani ma “all’acqua di rose”, annacquati, superficiali». Per questa ragione, ha aggiunto, dobbiamo «chiedere sempre allo Spirito Santo la grazia della concretezza: Gesù è passato nella mia vita, per il mio cuore, lo Spirito è entrato in me, poi forse ho dimenticato; ma» ecco l’importanza di avere «la grazia della memoria del primo incontro». E «per questo la testimonianza di questa gente era concreta: “Non possiamo negare quello che noi abbiamo visto e toccato”».

«Quello pasquale è un tempo per chiedere gioia» ha concluso il Pontefice, suggerendo di chiederla «gli uni per gli altri: ma quella gioia che viene dallo Spirito Santo, che dà lo Spirito Santo; la gioia dell’obbedienza pasquale, la gioia della testimonianza pasquale e la gioia della concretezza pasquale».

 
 




Un cristiano…

Un cristiano…

Papa Francesco: «Un cristiano, se veramente si lascia lavare da Cristo, se veramente si lascia spogliare da Lui dell’uomo vecchio per camminare in una vita nuova, pur rimanendo peccatore – perché tutti lo siamo – non può più essere corrotto, la giustificazione di Gesù ci salva dalla corruzione, siamo peccatori ma non corrotti; non può più vivere con la morte nell’anima, e neanche essere causa di morte. E qui devo dire una cosa triste e dolorosa… Ci sono i cristiani finti: quelli che dicono “Gesù è risorto”, “io sono stato giustificato da Gesù”, sono nella vita nuova, ma vivo una vita corrotta. E questi cristiani finti finiranno male. Il cristiano, ripeto, è peccatore – tutti lo siamo, io lo sono – ma abbiamo la sicurezza che quando chiediamo perdono il Signore ci perdona. Il corrotto fa finta di essere una persona onorevole, ma, alla fine nel suo cuore c’è la putredine. Una vita nuova ci dà Gesù. Il cristiano non può vivere con la morte nell’anima, neanche essere causa di morte. Pensiamo – per non andare lontano – pensiamo a casa, pensiamo ai cosiddetti “cristiani mafiosi”. Ma questi di cristiano non hanno nulla: si dicono cristiani, ma portano la morte nell’anima e agli altri. Preghiamo per loro, perché il Signore tocchi la loro anima. Il prossimo, soprattutto il più piccolo e il più sofferente, diventa il volto concreto a cui donare l’amore che Gesù ha donato a noi. E il mondo diventa lo spazio della nostra nuova vita da risorti. Noi siamo risorti con Gesù: in piedi, con la fronte alta, e possiamo condividere l’umiliazione di coloro che ancora oggi, come Gesù, sono nella sofferenza, nella nudità, nella necessità, nella solitudine, nella morte, per diventare, grazie a Lui e con Lui, strumenti di riscatto e di speranza, segni di vita e di risurrezione. In tanti Paesi – qui in Italia e anche nella mia patria – c’è l’abitudine che quando il giorno di Pasqua si sentono, si ascoltano le campane, le mamme, le nonne, portano i bambini a lavarsi gli occhi con l’acqua, con l’acqua della vita, come segno per poter vedere le cose di Gesù, le cose nuove. In questa Pasqua lasciamoci lavare l’anima, lavare gli occhi dell’anima, per vedere le cose belle, e fare delle cose belle. E questo è meraviglioso! Questa è proprio la Risurrezione di Gesù dopo la sua morte, che è stato il prezzo per salvare tutti noi».

Papa Francesco all’Udienza Generale del 28 marzo 2018

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