Epifania del Signore: festa della fede

Epifania del Signore: festa della fede

Oggi è la festa della fede: la fede non è una dottrina, non coincide con i contenuti della catechesi da imparare, ma è un incontro, è andare verso Gesù, lasciarsi guardare da Lui, chiamare da Lui, seguire Lui.

Seguire la luce della fede, per arrivare dove abita Gesù è compito di ogni discepolo. Noi perciò non siamo turbati come lo fu Erode, il trovare Lui non ci priverà di nulla. Andiamo come i Magi rafforzati dalla convinzione che il seguirlo ci porterà a riconsiderare il vero senso della vita, l’umano che è in noi, spesso dimenticato, che coincide nei tratti più belli della nostra umanità con la gentilezza, la cortesia, la disponibilità all’ascolto.

La festa della fede di tutti gli uomini e di tutti i popoli oggi coincide con un impegno: portare la gioia per le strade del mondo con la gratitudine nel cuore per un Dio che per amore nostro si è fatto bambino. Apriamoci alla bellezza della vita assieme, senza differenze, nella fraternità, perché ogni uomo è nostro  fratello.

Don Francesco Machì

 

 




Giunge Maria

Giunge Maria

 IV Domenica di Avvento
Vangelo: Lc 1,39-45

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

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Si chiude l’Avvento, finisce l’attesa, comincia la pienezza dei tempi. L’amore ha vinto ogni resistenza, ogni ostilità, ogni opposizione. Ora l’uomo non è più da solo, sa di poter contare su Dio, suo alleato per sempre; sa di poter camminare nella luce vera, perché questa viene nel mondo. Lo sa bene Maria, la Madre che attende il Figlio di Dio; lo sa bene Elisabetta, anch’essa madre di un bimbo che sarà il “precursore” del Cristo, chi lo indicherà al mondo come “l’Agnello che toglie il peccato dal mondo”.

Maria ed Elisabetta, entrambe chiamate a diventare madri, coinvolte nell’unico progetto di salvezza che Dio ha pensato per l’umanità intera. «Maria si alzò e andò in fretta..», si mise in viaggio per incontrare Elisabetta, per condividere la gioia di essere stata scelta da Dio, toccata dallo Spirito Santo, e di diventare madre. Le due donne hanno molto da discutere, da raccontarsi, da condividere.  Elisabetta e Maria, la prima madre di Giovanni, l’ultimo grande profeta, e la seconda la madre di Gesù, il compimento di tutte le promesse di Dio. Strette insieme in un unico abbraccio per mostrare al mondo intero tutta la Storia della Salvezza, tutte le rivelazioni, tutto l’amore che Dio da sempre ha riversato sull’umanità fin dalla creazione. Insieme, Maria ed Elisabetta, portano nel loro grembo la Parola di Dio.
Maria incontra Elisabetta e canta la gioia più bella dell’umanità: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Anche Elisabetta avverte il mistero che avvolge Maria: “Appena il tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il bambino ha danzato di gioia”. “Benedetta sei tu Maria, madre del Signore”, è la benedizione di Elisabetta.
In qualsiasi luogo giunge Maria, con lei arriva Gesù! E come il cuore di Elisabetta, anche quello di ogni uomo si apre alla gioia, accoglie benedizione; anzi giunge vita nuova, bella, buona.

Don Gino Giuffrè

 




Noi che dobbiamo fare?

Noi che dobbiamo fare?

III  domenica di Avvento – C
Lc 3,10-18

Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

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Il Battista non richiede niente di straordinario, ma semplicemente: «non esigete nulla di più» e ai soldati dice: «accontentatevi delle vostre paghe». Questo perché la conversione vuole dire, nel linguaggio del profeta, distinguere ciò che è fondamentale da ciò che è proporzionale. Per lui  di fondamentale importanza è l’attesa gioiosa di colui che «battezzerà in spirito santo e fuoco».

Quali conseguenze dell’accoglienza del Regno di Dio nella propria vita? Ecco la seconda lettura : «L’amabilità  e la gioia» nello scoprire che, malgrado la nostra fede fragile e ferita, il Signore viene per farci apprendere la misericordia del Padre. Se ci riapproprieremo come comunità del vangelo sfuggiremo all’indifferenza e scopriremo l’umanità autentica.

L’opera di Gesù non consiste in un intervento drastico di eliminazione dei cattivi, ma è un’opera di trasformazione dei cattivi in buoni. Giovanni si aspettava un Messia con la scure per tagliare gli alberi infruttuosi, Gesù invece è un messia che pazienta e dissoda intorno agli alberi infruttuosi: li pota, li concima, li cura e si impegna perché portino frutto. L’intervento di Gesù rivela un Dio paziente e misericordioso che entra nella storia, è un intervento che cura l’uomo malato; non solo fisicamente, ma soprattutto malato nella sua struttura umana, ferito dal peccato, corrotto dal male. L’intervento di Dio in Gesù è un intervento calmo, paziente, curativo che mira a salvare la persona non a distruggerla.

«Un atto, il minimo atto di vera bontà, è, per dire il vero, la migliore prova dell’esistenza di Dio. Ma la nostra intelligenza è troppo ingombra di nozioni da classificare per vederlo; allora noi lo crediamo sulla testimonianza di coloro nei quali la vera bontà risplende in modo da stupirci.»(Jacques Maritain)

Il vero punto è : ma noi siamo ancora capaci di stupirci?

Don Francesco Machì

 

 

 

 

 

 

 




Rallegrati, Maria!

 

Rallegrati, Maria!

Immacolata concezione di Maria
8 dicembre 

Vangelo: Lc 1,26-38

 

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». 
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». 
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

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La storia nuova dell’umanità inizia con l’annuncio di un angelo mandato da Dio, Gabriele: “Rallegrati piena di grazia!”, perché non c’è più spazio per la tristezza, riempi il tuo cuore di speranza perché il Signore entra nella storia e rende nuova ogni cosa, gioisci perché il signore ti ha scelto!

L’annunciazione è l’apice della storia della salvezza, il culmine, il compimento di tutte le promesse fatte da Dio: nel mondo entra il Salvatore, il Sole di giustizia e di pace, Colui che sconfigge le tenebre e la morte. Tutta la storia, da quell’istante in poi, non è più la stessa, assume un nuovo significato. 
“Rallegrati Maria”, perché diventerai madre del Figlio di Dio, verrà a te lo Spirito del Signore e darai vita; gioisci perché sei stata scelta per la tua umiltà, per generare il Salvatore del mondo. Le parole dell’angelo toccano l’intimità di Maria e in lei quella di ogni uomo e donna della storia: Dio tocca il grembo di Maria e in lei quello di tutta l’umanità. Maria traccia una strada per una nuova vita. 

“Rallegrati Maria”, perché tu e ogni donna e uomo, siete nel cuore di Dio: E’ questo il primo annuncio del vangelo, incomincia con queste parole la lieta notizia. Con le parole dell’angelo, Dio fa sapere a te e al mondo intero che ogni uomo è amato, cercato, chiamato. L’amore è prima di tutto, prima di ogni azione o risposta. Dio non ama l’uomo per meriti. Dio ama e basta!

“Rallegrati Maria”, gioisci umanità tutta, non per qualcosa in particolare, ma perché Dio riempie il tuo vuoto, il tuo nulla; sia felice il tuo cuore, umanità tutta, perché non sei più sola: “Il Signore è con te!”, ha posto in te il suo cuore. Dio è con te e ti tiene stretta nel Suo abbraccio infinito.

Ricordamelo sempre Maria! Ricordalo a tutta l’umanità che Dio ci tiene stretti nel suo abbraccio misericordioso, ricordalo perché abbiamo poca memoria, siamo distratti e spesso ci dimentichiamo di ‘gioire’ in questa vita che trasciniamo.

“Non temere Maria”, Dio ha scelto te che sei ‘umile serva’ del tuo Signore, perché Lui guarda e ama i piccoli, gli umili, i poveri. Dio vivrà in te perché tu resterai te stessa, ti conserverai integra nell’umiltà e nella povertà.

Don Gino Giuffrè

 




Tempo di Avvento

Tempo di Avvento

Il tempo precipita. Siamo sopraggiunti ancora una volta alla fine dell’anno liturgico e con questa domenica ne iniziamo uno nuovo. Liturgicamente parlando siamo nell’anno C, apriamo il vangelo di Luca, svolgendo la prima domenica di Avvento.

E mentre i centri commerciali già si illuminano di luminarie, la liturgia ci porta all’essenziale, ovvero ci spinge alla contemplazione di un piccolo germoglio. Siamo mossi  a chinarci su ogni inizio di vita proprio come quello di un germoglio.  Come per far fiorire questo ce ne curiamo, così se vogliamo che nella nostra realtà germogli qualcosa di nuovo e di bello, prendiamoci cura anzitutto della nostra interiorità. A questo ci interpella  la prima lettura tramite le parole del profeta Geremia.

Questo germoglio, di cui ci parla, è quello della speranza, ma per sperare bisogna saper considerare il futuro. Per tante ragioni esso non ha una bella cera, gli ultimi dati Istat ci dicono che cresce la disoccupazione giovanile soprattutto al sud. Viaggiamo nella storia tra ansie e paure per un domani; ma possiamo rimanere preda soltanto del presente?

 L’Avvento ci riporta all’inizio, ma ci ricorda anche che siamo incessantemente “nell’attesa  di una speciale venuta”. È vero che questa nostra corsa nella vita e nel tempo ha un’unica e indubbia direzione: va solo e sempre verso il futuro. Nel passato nessuno torna più! Tutto è di transito verso il futuro.

 Facciamoci qualche domanda per entrare nell’Avvento un po’ rinnovati. Come va la mia vita? C’è qualcosa che va rivisto? Qual è il mio fine principale? So dare grandi orientamenti al mio esistere o vivo alla giornata rincorrendo obiettivi solo contingenti: lavoro, studio, svago, senza mai alzare la intelligenza verso le cose di lassù?

Se la nostra esistenza è priva di grandi orizzonti chiediamo anzitutto a noi stessi  di saperle dare un colpo d’ala e indirizzarla verso un fine eterno, altrimenti rischiamo di banalizzare questi grandi temi escatologici delle prossime domeniche che ci attendono. La Parola di Dio  ci invita a ri-considerare il nostro destino futuro che sarà eterno e nel contempo ad essere vigilanti per trovarci pronti ad accogliere il Signore quando giungerà.

Tempo di attesa questo dell’Avvento, ma ancor di più tempo di stile di vita differente. Cosa attendiamo? Chi attendiamo?  Cosa può conservare accesa la lampada dell’attesa se non il desiderio?  Aspettiamo colui che viene a rivelarci il Padre, ma anche a svelare chi siamo noi, quindi il primo passo è quello della consapevolezza.

Non ci resta  che metterci in cammino: come diceva Simone Weil, parlando della perseveranza: «questa virtù designa un uomo che attende senza muoversi, a dispetto di tutti i colpi con cui si cerca di smuoverlo».

Per apprendere tutto questo non possiamo dormire sui capezzali della nostra consuetudine, ma l’oggi richiede coraggio, audacia, che solo ogni discepolo consapevole  conosce. Maria, la madre di Gesù,  in questo c’è stata di esempio.

Don Francesco Machì

Incontro di preghiera in preparazione al Natale