Educare e punire

Educare e punire

La punizione gode di uno scarso credito pedagogico.
L’attenzione anche pubblica si alza ogni qual volta la cronaca segnala avvenimenti dove, in contesti educativi, si adoperano punizioni e azioni che abbiano un carattere repressivo.
Eppure la punizione è conseguenza di una trasgressione violata. Quindi, di fatto, ha una sua ragion d’essere.
È indubbio che nelle nostre pratiche educative private, così come nelle nostre pratiche pubbliche, si continui a ricorrere alla punizione (ai castighi, alle pene) ogni volta che gli ordini relazionali, sociali, normativi sono stati violati o anche soltanto messi a rischio. Così com’è altrettanto indubbio che i provvedimenti punitivi siano, pur sempre, accompagnati da sicuri auspici di ravvedimento, ovvero da determinate ambizioni educative. Ma allora: che ne è dello scarso credito? Allora, sono poi così sostenibili le tesi pedagogiche che escluderebbero il ricorso alle punizioni, quali soluzioni incapaci di promuovere, orientare il crescere del soggetto? Sono legittime le interpretazioni che scorgerebbero, nel e dietro il punire, le intenzioni di perpetrare un “abuso educativo”? Che ne è di quell’educazione, che pure attraverso il punire intendeva rieducare?
E in assenza di un conforto pedagogico, non c’è il rischio che, sotto il peso di un certo “scrupolo”, semplicemente si punisca meno (o affatto), andando verso soluzioni soltanto più sbiadite, meno afflittive, solo annunciate, minacciate ma, di fatto, anche poco credibili, perché imbarazzate e distratte? E non c’è il rischio che, infine, si punisca male, senza la necessaria attenzione, senza elaborazione, così un po’ automaticamente?
Questo libro attraverso il tabù del delicato rapporto tra punire ed educare ha l’obiettivo di evitare che il non parlare del tema punizione possa far perdere alle pratiche educative il fine di responsabilizzare le persone rispetto alle conseguenze delle loro azioni.
Uno strumento nelle mani degli educatori che hanno il compito di educare e rieducare.

(fonte Edizioni La Meridiana)




Droghe e Dipendenze

Droghe e Dipendenze
Un ostacolo allo sviluppo umano integrale
 
Organizzata dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, si è svolta in Vaticano la Conferenza internazionale su “Droghe e Dipendenze – Un ostacolo allo sviluppo umano integrale”.

Dopo un’analisi del fenomeno della droga oggi e delle convenzioni internazionali in atto, è stato fatto un quadro della produzione e del traffico di stupefacenti (eroina, cocaina, cannabis, ma anche le nuove droghe sintetiche) nelle varie regioni nel mondo. E’ seguita una sessione dedicata alle altre dipendenze, in particolare quelle da internet, dal gioco d’azzardo e dal sesso. Dopo aver affrontato aspetti teologici, antropologici ed etico-pastorali, si è parlato quindi delle vie di prevenzione ed educazione e quelle di cura e recupero.

Al termine dei lavori, sabato 1 dicembre 2018, si è svolto l’incontro dei partecipanti con Papa Francesco, il quale ha rivolto loro il seguente discorso:
 
«Cari fratelli e sorelle, 

vi accolgo volentieri al termine della vostra Conferenza Internazionale sulla Droga e le Dipendenze. Vi saluto tutti cordialmente e ringrazio il Cardinale Turkson per le parole con cui ha introdotto il nostro incontro.

In questi giorni avete affrontato temi e problematiche legati al preoccupante fenomeno della droga e delle vecchie e nuove dipendenze che ostacolano lo sviluppo umano integrale. L’intera comunità nel suo insieme è interpellata dalle attuali dinamiche socio-culturali e dalle forme patologiche derivate da un clima culturale secolarizzato, segnato dal capitalismo di consumo, dall’autosufficienza, dalla perdita dei valori, dal vuoto esistenziale, dalla precarietà dei legami e delle relazioni. La droga, come già più volte sottolineato, è una ferita nella nostra società, che intrappola molte persone nelle sue reti. Sono vittime che hanno perso la loro libertà in cambio di questa schiavitù, di una dipendenza che possiamo definire chimica.

L’uso della droga causa gravissimi danni alla salute, alla vita umana e alla società, voi lo sapete bene. Tutti siamo chiamati a contrastare la produzione, l’elaborazione e la distribuzione della droga nel mondo. È dovere e compito dei governi affrontare con coraggio questa lotta contro i trafficanti di morte. Trafficanti di morte: non dobbiamo avere paura di dare questa qualifica. Un ambito sempre più rischioso si sta rivelando lo spazio virtuale: in alcuni siti di Internet, i giovani, e non solo, vengono adescati e trascinati in una schiavitù dalla quale è difficile liberarsi e che conduce alla perdita del senso della vita e a volte della vita stessa. Di fronte a questo scenario preoccupante, la Chiesa sente come urgente il bisogno di instaurare nel mondo contemporaneo una forma di umanesimo che riporti al centro del discorso socio-economico-culturale la persona umana; un umanesimo che ha quale fondamento il “Vangelo della Misericordia”. A partire da esso, i discepoli di Gesù trovano ispirazione per attuare un’azione pastorale veramente efficace al fine di alleviare, curare e guarire le tante sofferenze legate alle multiformi dipendenze presenti sulla scena umana.

La Chiesa, unitamente alle istituzioni civili, nazionali e internazionali, e alle diverse agenzie educative, è fattivamente impegnata in ogni parte del mondo per contrastare il diffondersi delle dipendenze mobilitando le proprie energie sulla prevenzione, la cura, la riabilitazione e sui progetti di reinserimento per restituire dignità a coloro che ne sono stati privati. Per vincere le dipendenze è necessario un impegno sinergico, che coinvolga le diverse realtà presenti sul territorio nell’attuare programmi sociali orientati alla salute, al sostegno familiare e soprattutto all’educazione. In questa prospettiva, mi unisco agli auspici che avete formulato nella vostra Conferenza, affinché vi sia un maggiore coordinamento delle politiche antidroga e anti-dipendenze – non servono politiche isolate: è un problema umano, è un problema sociale, tutto dev’essere collegato – creando reti di solidarietà e prossimità nei confronti di coloro che sono segnati da queste patologie.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio tanto per il contributo che avete offerto in questi giorni di studio e di riflessione. Vi incoraggio a proseguire, nei diversi ambiti in cui operate, il vostro lavoro di animazione e di sostegno anche in favore di coloro che sono usciti dal tunnel della droga e delle varie dipendenze. Queste persone hanno bisogno dell’aiuto e dell’accompagnamento di tutti noi: potranno così a loro volta lenire le sofferenze di tanti fratelli e sorelle in difficoltà.

Affido il vostro impegno e i vostri propositi di bene all’intercessione di Maria Santissima Salute degli Infermi e, mentre vi chiedo di pregare per me, benedico di cuore tutti voi, le vostre famiglie e le vostre comunità. Grazie».

 
 
 
 
 



Leggere e scrivere in digitale. Cosa cambia per il cervello?

Leggere e scrivere in digitale. Cosa cambia per il cervello?

Pier Cesare Rivoltella* 

Al tempo dei media digitali si legge di più o si legge di meno? Leggere a schermo modifica il nostro modo di comprendere i significati? E cambia il nostro modo di scrivere? Sono alcune delle domande che genitori e insegnanti si pongono per capire quali siano spazi e tempi corretti da lasciare ai dispositivi a casa, a scuola, nel tempo libero. La ricerca suggerisce che proprio la questione del tempo è determinante. Maryanne Wolf, neuroscienziata che da anni studia il cervello che legge, ha osservato che leggere a schermo finisce per inibire, a lungo andare, la lettura profonda. Si corre via, alla ricerca di alcuni snodi del testo che consentano di coglierne sinteticamente il senso senza prendersi il tempo di pesarne ogni singola parte: il rischio è che si comprometta la capacità di comprendere con esattezza il significato di quel che si sta leggendo. Si legge, ma spesso senza capire cosa: i risultati delle prove Invalsi da qualche anno dimostrano proprio questo, ovvero una tendenziale incapacità degli studenti italiani a comprendere il significato di un testo scritto.

Colpa degli schermi? Probabilmente no. Ma di certo le condizioni in cui si legge svolgono un ruolo determinante: si legge in mobilità, in metropolitana, nei tempi morti, mentre si svolgono altre attività. I tempi della lettura sono sempre compressi: si riesce a gettare uno sguardo sullo schermo, quasi mai a prendersi il tempo necessario per leggere veramente. E lo schermo digitale è perfettamente complementare rispetto a queste abitudini di consumo: sempre disponibile, consente con un clic di richiamare il testo e di scorrerlo con il movimento di un dito. Qualche anno fa l’economista Daniel Kahneman ha distinto quelli che lui chiama i pensieri veloci dai pensieri lenti. Sono veloci quei pensieri che sorreggono le nostre decisioni in tempo reale: vale per tutte le situazioni in cui siamo abituati a rispondere quasi istintivamente, senza pensarci troppo, perché prendersi il tempo per pensare comporterebbe di rendere vana la decisione. Al contrario i pensieri lenti sorreggono le decisioni ponderate: valutiamo tutti gli elementi, avanziamo delle ipotesi, le vagliamo mentalmente, arriviamo a una decisione valutata con calma, sorretta da argomentazioni.

Pensieri veloci e pensieri lenti dovrebbero appartenere entrambe alla nostra economia cognitiva: i primi servono in alcuni casi, i secondi in altri. Di fatto, però, la velocità a cui siamo progressivamente sempre più condannati, nella vita di tutti i giorni, a casa come nelle organizzazioni, può comportare che tendiamo a ricorrere via via in modo sempre più frequente soprattutto ai pensieri veloci. Lamberto Maffei, a lungo direttore dell’Istituto di Neuroscienza del Cnr, ha osservato che questo potrebbe comportare a lungo delle modificazioni nel nostro modo di elaborare le informazioni, favorendo il lavoro del ‘cervello basso’ (la via ventrale) a svantaggio di quello del ‘cervello alto’ (la via dorsale): bravi nel problem solving in tempo reale e a fronteggiare situazioni di emergenza, potremmo perdere progressivamente la capacità di pianificare a lungo termine. Il vero problema, dunque, non è il digitale, ma la velocità. Occorre trovare il modo di rallentare perché solo rallentando è possibile attivare i nostri pensieri lenti. La lettura, quella profonda, ha bisogno di tempi distesi: il fatto che legga sulla pagina o sul mio Kindle, da questo punto di vista, non comporta differenze.

Quanto alla scrittura, in maniera totalmente controintuitiva, i dati dicono che si scrive decisamente di più oggi che rispetto a qualche decennio fa. Ma certo questo dato quantitativo va interpretato: non si scrivono più saggi, o più romanzi; spesso la scrittura è funzionale alla comunicazione privata e professionale; si scrivono mail, si posta sui social. Anche in questo caso, come in quello della lettura, il tempo è un fattore determinante. La scrittura si accorcia, si fa sintetica. Gli schermi digitali sono a questo riguardo un fattore codeterminante: proprio perché si dispone di poco tempo, il formato dello Short Message risulta assolutamente funzionale, ma a lungo andare quel formato finisce per modificare la nostra attitudine alla scrittura e così finiamo per essere sintetici sempre, anche quando non servirebbe o forse sarebbe meglio non esserlo.

Andrea Lunsford, professoressa di inglese all’Università di Stanford, ha concepito una ricerca longitudinale (lo Stanford Study of Writing) che studia come si modifichino le pratiche di scrittura degli studenti in un arco di cinque anni. E il dato è che negli ultimi anni è progressivamente cresciuta la capacità dei partecipanti di scrivere testi sintetici, perfettamente centrati sul loro obiettivo, capaci di raggiungere il destinatario in maniera efficace. Ma si può dire che sia andata modificandosi anche la pratica della scrittura. Quando non esistevano i computer, al tempo della scrittura manuale, l’organizzazione del testo si svolgeva sostanzialmente a priori. Questo significa che avevo bisogno di pensare bene cosa volessi scrivere prima di trasferirlo su carta: certo, le correzioni erano possibili, ma non oltre un certo limite, quello imposto dallo spazio stesso della pagina. Potremmo dire che quel tipo di scrittura assecondava, anzi richiedeva, il pensiero lento. La scrittura digitale, invece, procede in modo diverso. Butto giù una prima idea, quattro o cinque righe; la espando; taglio la prima parte e la sposto in fondo al testo; aggiungo dei titoletti; lavoro sulle conclusioni prima ancora di aver scritto il resto del testo. Scrivo per accumulazione, in tempi successivi, anche per pochi minuti alla volta. L’organizzazione del testo è assolutamente a posteriori: non mi serve avere ben chiaro in testa quel che voglio dire insieme alla sua articolazione; intervengo dopo, sullo schermo. Si tratta di una scrittura che è perfettamente coerente con il pensiero veloce. E se mi abituo a scrivere a schermo, a lungo andare divento incapace di farlo con carta e penna. Non è un problema di manualità: sugli schermi digitali si può scrivere manualmente con delle penne che riproducono perfettamente il carattere dinamico della scrittura su carta. Il problema è cognitivo, di organizzazione mentale.

In alcuni contesti si discute anche se sia utile o meno proibire agli studenti di seguire le lezioni universitarie in aula con l’ausilio del computer: alcune ricerche hanno dimostrato che il computer da un lato può favorire la distrazione, dall’altro che prendere appunti alla tastiera, annotando parola per parola, può dare risultati diversi nell’apprendimento. Arriviamo così al cuore del problema. I media digitali sono espressione (e supporto) di un’organizzazione sociale basata sulla velocità, anzi, sull’accelerazione. Da questo punto di vista essi non rappresentano il vero problema: è la logica dell’accelerazione che occorre disinnescare. E tuttavia, come il caso della scrittura digitale dimostra, a lungo andare leggere e scrivere digitale finisce per comportare delle modificazioni nel nostro modo di costruire e decostruire i significati. Chiudere i media digitali fuori dalle classi, come la Francia di Macron ha fatto, credo non serva. Occorre piuttosto chiedersi come sia possibile, all’epoca dei pensieri veloci, continuare a coltivare anche l’attitudine al pensiero lento. Il nuovo non comporta il sacrificio del vecchio: la sfida è farli coesistere. La Wolf dice che è come insegnare due lingue straniere a un bambino piccolo: educare il cervello bilingue è la sfida di oggi e di domani.

(Fonte: Avvenire.it)

*Professore di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento Università Cattolica di Milano.




Dialoghi per un’etica delle relazioni educative

Dialoghi per un’etica delle relazioni educative

Un testo a cura di Fallini Sara e Federici Daniela
Edizioni La Meridiana

Che processo relazionale, affettivo, motivazionale si attiva tra le persone che sono in una relazione educativa? Quali sono gli ingredienti di quella speciale metamorfosi immaginata da Neruda, che permette di fare con l’altro “ciò che la primavera fa col ciliegio”, di essere né troppo precoci né troppo in ritardo, determinanti e determinati, ma anche capaci di affiancarsi rispettosamente alla fragilità, alla creatività e alla bellezza altrui? Come e quando si ascolta e si dà valore alla voce e ai desideri del “ciliegio”?
Pensare il futuro per i propri figli significa costruire una struttura mentale che è cruciale per il Sé, lo orienta su una prospettiva lungo un arco temporale, è una funzione vitale.
Quanto riusciamo a trasformare le angosce di quest’epoca di precarietà per trasmettere ai nostri figli una prospettiva aperta sul loro a-venire? Se l’educare ha a che fare con l’insegnare a vivere, a che mondo li attrezziamo? Educare riguarda la possibilità di aiutare i nostri ragazzi a fare esperienza in modo creativo, per un ben-essere che sia l’essere bene di un’esistenza piena e appropriata.
Affrontare il tema con una dichiarata tensione etica, per gli autori significa dialogare stimolando dubbi e domande, sostare nell’incertezza, alla ricerca di una comprensione profonda del significato dei ruoli e delle emozioni in gioco.




Metti via quel cellulare

Metti via quel cellulare

un libro di Aldo Cazzullo

CAZZULLO-COPERTINAAldo Cazzullo si rivolge ai figli e a tutti i ragazzi: li invita a non confondere la vita virtuale con quella reale.
Ma anche a non bruciarsi davanti ai videogame, a non andare sempre in giro con le cuffiette, a non rinunciare ai libri, al cinema, ai concerti, al teatro; e soprattutto a salvare i rapporti umani con i parenti e i professori, la gioia della conversazione vera e non attraverso le chat e le faccine. I suoi figli, Francesco e Rossana, rispondono spiegando al padre e a tutti gli adulti il rapporto della loro generazione con il telefonino e la rete: che consente di vivere una vita più ricca, di conoscere persone nuove, di mettere lo studente al centro della scuola, di leggere i classici. Ne nasce un dialogo serrato sui rischi e sulle opportunità del nostro tempo: la cattiveria online, gli youtuber e l’elogio dell’ignoranza, i cyberbulli, gli idoli del web, i padroni delle anime da Facebook ad Amazon, l’educazione sentimentale affidata a YouPorn, la distruzione dei posti di lavoro e della cultura tradizionale, i nuovi politici da Trump a Grillo, sino all’uomo artificiale; ma anche le possibilità dei social, i nonni che imparano a usare le chat per parlare coi nipoti, la rivolta contro le dittature, la nascita di una gioventù globale unita dalla rete.

“Il telefonino e la rete sono il più grande rincoglionimento dell’umanità.” Aldo
“Il telefonino e la rete sono parte della nostra vita. E sono il nostro futuro.” Rossana e Francesco

(fonte Tele 2000)