Ascensione del Signore

Riflessioni sul Vangelo della domenica, a cura di don Gino Giuffré e don Francesco Machì

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 Ascensione del Signore

13 maggio 2018

Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.

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La festa dell’Ascensione di Gesù genera nella comunità degli Apostoli delle conseguenze particolari: anzitutto compatta la comunità, fa superare le differenze, i tradimenti, le incomprensioni. Tutti, ciascuno per la propria parte, sanno di non potere prescindere dalla fedeltà al mandato del Maestro che lasciando i suoi affida loro il contenuto essenziale delle sue parole, ovvero che l’amore del Padre super ogni ostacolo, è donato a tutti e che tutti diventiamo a nostra volta divulgatori di questa Parola di riconciliazione e di misericordia.

 La seconda conseguenza: Gesù, lasciando ai suoi l’impegno di continuare la sua medesima opera, obbliga la comunità e i suoi stessi responsabili all’assunzione piena dei suoi compiti, ovvero la Chiesa “corpo del Cristo” non può agire in maniera difforme rispetto al suo Capo. La corresponsabilità nel condurre pian piano l’opera di predicazione ci trova tutti a prendere coscienza di chi siamo e cosa annunciamo. Il figlio di Dio è la “primizia” di questa ascensione, mentre tutti siamo chiamati a vegliare affinché la fedeltà tra Cristo e la Chiesa non venga mai meno nell’attesa di noi «membra del suo corpo, che viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria» (Orazione colletta).

Terza conseguenza: la solennità di oggi ci ricorda che facciamo parte dell’unico corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, mentre allo stesso tempo ci proietta l’immagine della chiesa celeste, unita nelle preghiera della celebrazione liturgica.  La chiesa, quella celeste e quella immanente, gioisce simultaneamente per la stessa fede, lo stesso battesimo, l’unico Signore e assieme a tutta l’umanità attende di ricongiungersi in un unico abbraccio eterno nella dimora del Padre.

 La Chiesa è in festa, essa non celebra un assente, ma al contrario, gioisce con il Signore risorto che salendo al Padre  riapre i cieli,  dischiude quel passaggio stretto che si era serrato con la disobbedienza del peccato e che viene finalmente  riaperto grazie  al sacrificio di Lui.  

Infine, la giornata odierna diventa la festa della speranza: la Comunità cristiana vive della Missione che è la risposta indispensabile all’incontro con il Signore che per primo si è mosso ed è andato incontro all’uomo; è continuazione della sua opera. Come ci ricorda Papa Francesco:  «Usciamo, ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (Evangelii gaudium, 49).

In un mondo globalizzato siamo interpellati per comprendere cosa significa convivere con altri, che non hanno il nostro stesso sentimento religioso o che non riconoscono neppure una dimensione religiosa dell’uomo. Significa  confrontarsi con una realtà diventata post-cristiana in cui molteplici sono le ideologie, le etiche, i punti di riferimento. Non si tratta di inventare strategie e azioni di evangelizzazione, piuttosto di capovolgere le relazioni, rigenerarle perché non si inaridiscano, ma abbiano un respiro davvero universale, tale da raggiungere ogni persona di buona volontà. Non dobbiamo scoraggiarci, non siamo soli, portiamo la fatica dell’annuncio, ma sperimentiamo anche la forza dello Spirito che ci accompagna e ci sostiene. La nostra fragilità trova il sostegno nella fedeltà del Signore, che ci ha detto: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». ( Mt 28,20).

Don Francesco Machì

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