La parabola del Padre

Riflessioni sul Vangelo della domenica, a cura di don Gino Giuffré e don Francesco Machì

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La parabola del Padre

IV domenica di Quaresima
Lc 15,1-3.11-32

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». 20Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».

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Questa domenica di quaresima è chiamata: ” in laetare”; siamo invitati a manifestare la gioia non perché un figlio che si era allontanato  è ritornato, ma perché Gesù ci rassicura che malgrado le nostre fughe, c’è sempre un Padre che ci aspetta, per rivivere sempre l’alleanza con lui e mai da estranei, ma sempre da figli. Tutta la parabola evangelica ruota attorno al Padre, di Lui  il figlio Gesù ci vuol narrare. Un Padre paziente, che sa rimanere in attesa, che non giudica o condanna. Il tempo della Chiesa è quello  della sosta del ritorno del Cristo glorioso, il tempo della semina dell’amore del Padre che in Gesù si è espresso nel sacrificio amoroso. La Chiesa nasce per essere il prolungamento dell’abbraccio del Padre; sapersi gettare al collo dei fratelli soli, esiliati da se stessi,  e se anche non lo meritiamo, lasciarci coinvolgere, tutti assieme,  dalla dolcezza del Padre, perché diventi il punto di forza verso il ritorno nella sua dimora. Al Padre che  sa come siamo, domandiamo di prenderci tra le braccia, di riprenderci nella sua casa, ci faccia conoscere la tenerezza del suo calore. Allora sarà una domenica di gioia, perché la riconciliazione con lui e tra di noi, è diventato farmaco per curare la nostra infermità.

Don Francesco Machì

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